SpaceX, nello spazio con stile – di Silvia Becattini

TAG: In Evidenza, Innovazione, Lifestyle, Elon Musk, missione spaziale, NASA, SpaceX

La natura da viaggiatore dell’essere umano è sempre stata presente nel corso della sua evoluzione. Esplorare territori nuovi, partire all’avventura senza sapere cosa l’avrebbe aspettato ha segnato il corso della storia dell’uomo fin dai suoi albori.

Il pianeta terra non ha più segreti ormai: sebbene alcuni angoli restino ancora “selvaggi”, il nostro mondo non ha più segreti per noi. Allora come placare la fame dell’esplorazione? Con la scoperta dello spazio!

Fin dagli anni ’60, con lo sbarco sulla Luna, l’uomo ha dimostrato di avere eccezionali capacità ingegneristiche e soprattutto un’implacabile curiosità e voglia di scoprire nuovi orizzonti, anche al di là della nostra atmosfera.

Grazie a SpaceX tecnologia e stile vanno in orbita

Nel ventunesimo secolo questa fame non si è placata per niente, tutt’altro. Un esempio è la missione realizzata nel maggio 2020 che ha riportato dopo 9 anni gli States in orbita con mezzi autonomi. La navicella Crew Dragon è infatti tutta “made in USA”. Realizzata dalla SpaceX dell’imprenditore Elon Musk, ha portato gli astronauti Douglas Hurley e Robert Behnken in orbita verso la ISS (International Space Station).

Ma la tecnologia messa a disposizione dell’azienda aerospaziale statunitense non si è fermata alla sola navicella. Infatti, la SpaceX ha realizzato anche delle iper moderne tute per gli astronauti: le “Starman Suit”.

Queste tute sono da considerarsi parte integrante della Crew Dragon, dato che si collega al sedile della capsula con una presa, fornendo all’astronauta ossigeno, alimentazione elettrica e collegamento con la Terra. Il casco è stato realizzato con stampante 3D e i guanti sono una vera chicca: anti strappo, flessibili e adatti per utilizzare i monitor touchscreen, un grosso cambiamento rispetto ai comandi fatti di pulsanti e leve delle precedenti navicelle come la Soyuz.

Fonte: Focus

Insomma, un salto in avanti tecnologico che però non tralascia lo stile. Queste tute infatti, sono anche moderne ed eleganti nel loro design, oltre che funzionali. Il tocco creativo è di Jose Fernandez, creatore dei costumi di The Avengers, I Fantastici 4, Batman V Superman, X Men II, solo per citarne alcuni. Le linee semplici e pulite delle tute aerospaziali di sicuro avranno suscitato qualche idea anche nel settore della moda “terrena”. Magari presto verranno disegnati abiti alla moda adatti per vivere su Marte!

Immagine di copertina: Nasa

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Sistemi ADAS e sicurezza stradale – di Silvia Becattini

TAG: In Evidenza, Innovazione, ADAS, Automobili, decarbonizzazione, Guida autonoma, sicurezza stradale, Tesla

Quante volte ci è capitato di vedere film o serie TV ambientate nel futuro in cui le auto si guidavano da sole? Di sicuro un pensiero sulla comodità di questo modo di muoversi senza alcuno sforzo avrà sfiorato la nostra mente, ma chi avrebbe pensato che fossero i primi segnali dei sistemi ADAS?

La macchina di Supercar, ispirata alla Pontiac Firebird Trans Am, era automatizzata e dotata di un’IA.
La Lexus 2054 del film Minority Report, disegnata da Harald Belker, tra le sue caratteristiche ha la guida autonoma e la propulsione a idrogeno.

A dire il vero, questa realtà potrebbe non essere così lontana. Infatti, nel settore automobilistico, il tema della guida autonoma è sempre più attuale. Questo sistema di guida intelligente, potrebbe anche rappresentare una soluzione al problema della sicurezza stradale, evitando molti incidenti. Il traffico nelle nostre strade è infatti sempre più intenso e diversificato. Oltre a macchine e mezzi di trasporto pubblici, aumentano anche scooter e biciclette anche nelle grandi città, forse anche per la maggiore diffusione di lavori come quello del rider.

Diversi livelli ADAS

Ma cosa sono questi sistemi che potrebbero rivoluzionare il modo di guidare (e non guidare) le auto? I sistemi ADAS (Advanced Driver Assistance Systems) sono supporti elettronici al guidatore che assistono lo stesso in diverse situazioni che riguardano la guida normale ma anche momenti di pericolo o emergenza. Ecco alcuni esempi di sistemi ADAS che si possono trovare nelle auto di oggi:

  •          il cruise control adattivo
  •          la frenata automatica d’emergenza
  •          i sensori di parcheggio
  •          l’avviso di cambio corsia
  •          rilevamento della sonnolenza e del livello di attenzione
  •          sistema di registrazione degli eventi in caso di incidente

Inoltre, è possibile dividere questi sistemi in una scala di livelli, che va da 0 a 5. Lo 0 indica la totale assenza di dispositivi elettronici di aiuto alla guida, mentre 5 indica il massimo livello di guida autonoma, in cui il guidatore diventa a tutti gli effetti passeggero.

Tesla è la casa automobilistica più all’avanguardia in questo senso e offre già da adesso auto che presentano di serie un sistema avanzato che può già fornire il pilota automatico. Possono inoltre consentire in futuro la possibilità di una guida completamente autonoma tramite aggiornamenti software appositamente progettati.

Tesla Model X, già dotata di avanzati sistemi di assistenza alla guida

Quali sono i prossimi passi in Europa

L’Europa si sta muovendo per rendere i sistemi di assistenza alla guida alla portata di tutti, inserendoli nella catena di produzione e rendendoli di serie nelle auto:

Dal 2022 gli ADAS, ossia i sistemi di sicurezza e assistenza alla guida, diventeranno obbligatori in tutta Europa. Grazie all’accordo raggiunto a Bruxelles, tutti i nuovi veicoli dovranno avere di serie la frenata automatica di emergenza o il mantenimento di corsia. L’intesa, dovrà passare al vaglio di tutti i Paesi membri dell’UE prima di passare al giudizio di Parlamento e Consiglio dei Ministri.
Il nuovo regolamento prevede l’introduzione di circa trenta sistemi avanzati elettronici che garantiscano sicurezza a conducenti e passeggeri. Gran parte dei requisiti richiesti sarà soddisfatta da lancio sul mercato di nuovi modelli, fin da maggio 2022. Le auto giù sul mercato dovranno adeguarsi entro maggio 2024.

Fonte: automobile.it

In fin dei conti, ci stiamo avvicinando a quel futuro iper tecnologico che l’uomo moderno sogna da anni, tanto da voler arrivare fino su Marte.

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Aerei ed ecosostenibilità: nuovi motori – di Sara Vanni

TAG: In Evidenza, Innovazione, aerei, Ecomagination, ecosostenibilità, generalelectric, green economy, motori

Aerei ed ecosostenibilità: cosa succede quando la green economy incontra il settore dell’aviazione? Semplice, si tenta di sperimentare nuove soluzioni che inquinano meno. Ecco, quindi, che nascono i motori polluting-less, ossia “meno inquinanti”.

Aerei ed ecosostenibilità: viaggi di lunga tratta

Sicuramente, sarebbe più opportuno essere maggiormente ecosostenibili nei viaggi di lunga tratta. E’ proprio sulle lunghe distanze, infatti, che si producono più emissioni, non così benefiche per l’atmosfera.

Tra i colossi dell’aviazione, si sta facendo a gara per la produzione di motori il meno possibile inquinanti. Tra questi, figurano diversi modelli General Electric, i più potenti mai costruiti, che funzionano grazie ad un sistema a ventole.

General Electric e il progetto “Ecomagination”

Proprio questa casa di produzione ha lanciato “Ecomagination”, un progetto di green economy su cui si sono investiti in totale 15 miliardi per lo sviluppo di green tecnologies.

Ecomagination in realtà è attivo dal 2005 e nell’arco di 16 anni sono stati realizzati circa 90 progetti, tra cui il motore ecosostenibile per l’aviazione di cui abbiamo parlato prima.

La call to action social

Infine, allo sviluppo di questi progetti si è associata anche una strategia di green marketing. Attraverso l’hashtag #TAGYOURGREEN, infatti, tutti gli utenti possono condividere foto dei loro progetti ecosostenibili. Inoltre è stata lanciata anche l’iniziativa Filmaker project: qui, General Electric manda una call to action a tutti i giovani registi che vogliano realizzare video sulle azioni ecosostenibili nella quotidianità.

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Strategie di decarbonizzazione – di Sara Vanni

TAG: Green economy, In Evidenza, auto elettriche, decarbonizzazione, grafene

Un problema che tocca la società odierna è come ridurre le emissioni di carbonio. Ecco, quindi, che entra in gioco la decarbonizzazione, ossia proprio la riduzione del rapporto carbonio/idrogeno nelle fonti energetiche.

Ecosostenibilità e decarbonizzazione

Al giorno d’oggi siamo sempre più orientati verso l’ecosostenibilità e la green economy, specie nel settore automobilistico, che è il principale responsabile delle emissioni di carbonio. Stando ai dati, infatti, in questo settore il materiale maggiormente incriminato è il petrolio. Si parla di un rapporto 1:2, ossia per ogni atomo di carbonio ci sono due atomi di idrogeno.

Una svolta nella riduzione delle emissioni di CO2 potrebbe essere, ad esempio, la conversione di una centrale a petrolio in un’altra alimentata da fonti rinnovabili.

Materiali meno impattanti

Tra i materiali che hanno il minor impatto ambientale, ci sono sicuramente il gas naturale e il solo idrogeno. In particolare, quando l’idrogeno è l’unica fonte di energia, si può parlare di un processo di decarbonizzazione completo.

Dove si potrebbe usare solo l’idrogeno? Ad esempio nelle auto elettriche, come sistema di carburazione sostitutivo al petrolio. Il vero problema della decarbonizzazione spesso riguarda le strutture per usare un materiale piuttosto che un altro; entro 5 anni, però, si stima la sostituzione al petrolio usando le medesime infrastrutture.

Certamente, la carburazione ad idrogeno è una delle novità del settore automobilistico, unitamente alle batterie al grafene che stanno progressivamente sostituendo quelle in litio.

Per approfondire ti rimandiamo a questo articolo.

Se vuoi leggere come piantare un albero e ridurre le emissioni, vai qui.

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Il boom del digital food delivery – di Silvia Becattini

TAG: Food & Beverage, In Evidenza

Ah, la consegna a domicilio… Quest’anno si può dire che sia entrata a far parte delle abitudini della maggior parte degli italiani, anche a causa della pandemia, che ci ha costretti in casa per diverso tempo. Il settore del digital food delivery ha segnato il segno “+” durante il 2020. Un dato positivo sia per quanto riguarda i fruitori, sia per il campo della ristorazione: infatti, sono aumentati di molto i ristoranti diventati partner di app di food delivery. Come è successo con Just Eat, che ha visto un incremento del 30% dei ristoranti partner, con una richiesta fino a 6 volte superiore durante il periodo di lockdown, in cui l’unica soluzione per continuare a restare a galla era rappresentata proprio dalla consegna a domicilio. (fonte: Just Eat)

Dai dati del report di Just Eat “Mappa del cibo a domicilio“, si evidenzia il dato macro sul digital food delivery. Nel 2020 la percentuale si attesta tra il 20 e il 25% dell’intero settore a domicilio, contro il 18% del 2019. Un forte aumento che comporta dei cambiamenti anche al livello sociale e nel mondo del lavoro. Infatti, insieme alla crescita di questa “nuova” modalità di acquistare cibo tutta digitale, è nata anche una nuova figura lavorativa: il rider.

I riders e la gig economy

Quello che per molti è diventato un lavoro, per altri un “lavoretto” per guadagnare qualcosa in più e arrotondare lo stipendio, è stato ed è ancora al centro di molte polemiche, soprattutto in merito alla tutela dei lavoratori. Questo lavoro accessorio, rientra nel meccanismo della gig economy. Il neologismo inquadra una nuova frontiera del lavoro sempre più in espansione:

Modello economico basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo, e non sulle prestazioni lavorative stabili e continuative, caratterizzate da maggiori garanzie contrattuali.

Fonte: Treccani

Insomma, i riders anche in Italia sono sempre di più. Durante l’ultimo anno sono addirittura raddoppiati (circa 15.000 prima del Covid, dopo circa 30.000). Spesso si muovono nel traffico delle grandi città in bicicletta o in scooter. Il fatto che questo lavoro sia essenzialmente basato su una paga oraria e sul rispetto dei tempi di consegna previsti dall’app con la quale si collabora fanno sorgere dei dubbi sulla sicurezza dei fattorini 2.0. Il rischio di incidenti, soprattutto in grandi città con flussi di traffico costanti, sembra essere dietro l’angolo.

Che sia un buon punto di partenza per un modo diverso di intendere la mobilità? Magari il prossimo passo potrebbe essere l’adozione di sistemi intelligenti sui mezzi di trasporto, a garanzia di un minor rischio d’incidenti per chi fa lavori come questo.

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Auto elettriche tra idrogeno e grafene – di Sara Vanni

TAG: In Evidenza, Innovazione, auto elettriche, batterie al grafene, grafene, litio

La green economy sta coinvolgendo anche il settore automobilistico: in particolare le auto elettriche si stanno dimostrando essere l’investimento del futuro. Ma quali sono le caratteristiche di queste auto? Scopriamolo subito!

Auto elettriche e autonomia

Uno dei punti cardine che ruota attorno all’interrogativo sull’acquisto di un’auto elettrica è: quanta autonomia ha questo tipo di vettura?

Se prima si necessitava spesso di fermarsi ad un punto di ricarica, adesso si parla di un’autonomia superiore anche ai 160 chilometri. Già questa miglioria, dovuta senz’altro agli studi su una batteria più efficiente, ha permesso un aumento delle immatricolazioni. Ad esempio, negli Stati Uniti in un solo anno la vendita delle auto elettriche è raddoppiata.

Batterie al litio

Di base, questi veicoli hanno bisogno di un determinato tempo di ricarica. Per questo nascono le batterie lithium-air, che sostituiscono le batterie agli ioni di litio. Quali sono le differenze con quelle al litio?

Le “air” sono senza dubbio più leggere, facilmente ricaricabili e quindi già per queste due caratteristiche offrono più energia elettrica. Perchè? Semplice: perchè le “air” sostituiscono il catodo, che ha sempre determinato il flusso di corrente elettrica, con l’aria. E’ per questo che c’è la possibilità di immagazzinare più energia.

Nonostante ciò, tuttavia, non è ancora possibile un’ampia commercializzazione della batteria air, perchè ci sono alcune criticità da sistemare. Ad esempio, se è vero che il catodo è sostituito, è anche vero che il litio è meno protetto e quindi più facilmente usurabile.

Altre soluzioni: Batterie al grafene e idrogeno

Tra le altre soluzioni interessanti per rendere più performante una vettura elettrica, ci sono le batterie al grafene o i sistemi ad idrogeno. Del grafene ne avevamo parlato anche a proposito delle batterie per telefono; ed effettivamente sembra essere la vera novità del futuro.

Cosa comporterebbe una batteria al grafene? Sicuramente una lunga durata, anche se il contro è – come sempre – il costo molto alto dell’auto. Ma anche molta meno ansia per l’autonomia; infatti, il tempo stimato di una ricarica della batteria al grafene è di circa 15 secondi.

Alternativamente, molto valido è il sistema di carburazione ad idrogeno. In passato costava circa 40 volte più del petrolio, ma oggi vale soltanto 5 volte più del petrolio e quindi secondo le proiezioni entro 5 anni si potrebbero sfruttare le infrastrutture già esistenti per sostituirlo al petrolio a prezzi competitivi.

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Smart Home: il futuro è la domotica – di Sara Vanni

TAG: In Evidenza, Innovazione, casa intelligente, domotica, smart home

La domotica è quella scienza che studia le diverse tecnologie che potrebbero migliorare la qualità della vita, sia in una casa che in un altro locale abitativo. È un sistema che va di certo ad ottimizzare il funzionamento degli impianti; ne determina un netto risparmio nei consumi.

Smart home e domotica

Ne avevamo già parlato in questo articolo, la casa del futuro è intelligente. Ma come funziona? Semplice: attraverso un dispositivo di controllo acquistabile nei principali store online o fisici, si può gestire ogni singolo elettrodomestico o apparecchiatura.

Ad esempio, grazie a un semplice comando vocale con cui noi ci interfacciamo al dispositivo, quest’ultimo è in grado di controllare il riscaldamento o il raffreddamento degli ambienti, secondo i parametri che abbiamo impostato. Infatti, per controllare questi aspetti della casa, oltre al comando vocale serve anche un’applicazione installabile sul proprio smartphone / tablet. Proprio da lì, infatti, si impostano tutti i parametri di riferimento con cui poi interagirà il dispositivo che abbiamo acquistato.

Ma non solo: si possono accendere e spegnere luci o anche interagire su richiesta (es. “Metti un po’ di musica”). Ancora: possiamo controllare l’apertura e la chiusura di tende e tapparelle, gestire il riscaldamento dell’acqua. La prima cosa che capiamo dalla domotica, quindi, è che permette di tenere sotto controllo i consumi energetici domestici ma anche quelli di ogni singolo elettrodomestico.

Usi nel fotovoltaico

Uno degli usi rivoluzionari della domotica trova applicazione nel fotovoltaico. Questo perchè si va a massimizzare l’autoproduzione e l’autoconsumo di energia pulita. Come? Semplice: attraverso il fotovoltaico, si può produrre energia in alcune ore della giornata o in alcuni giorni dell’anno. Attraverso il sistema intelligente di controllo, quindi, si possono attivare i consumi quando viene prodotta sufficiente energia. Un esempio concreto? Se l’impianto fotovoltaico produce energia, allora si può richiedere al dispositivo domotico di avviare in automatico determinati elettrodomestici programmandoli in anticipo.

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Auto elettrica sì, ma di lusso – di Silvia Becattini

TAG: In Evidenza, Innovazione, Marketing, Auto elettrica, Automotive, Ferrari, Porsche, Taycan

Anche il settore automobilistico di lusso sta allargando i propri orizzonti verso la sostenibilità e l’alimentazione elettrica dei motori. Esempio recentissimo è la Porsche Taycan, nuovo gioiellino elettrico della casa automobilistica di Stoccarda.

Porsche, quasi un secolo di passione per l’auto

Lo studio di progettazione ed ingegneria che dà vita alla storia di Porsche nasce il 25 aprile 1931. Il fondatore, Ferdinand Porsche, divenne celebre anche perché nel 1934, su richiesta di Adolf Hitler, progetta un’autovettura destinata all’uso popolare. Nasce così la prima Volkswagen, l’auto del popolo. Qualche anno più tardi arrivò (sembra sempre da parte di Hitler) la richiesta di realizzazione di un’auto con prestazioni più elevate. Insieme al figlio, Ferdinand Porsche lavorò assiduamente per creare la prima Porsche. Nel 1948 inizia la produzione della 356, il primo modello prodotto “in serie” di questo marchio.

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Porsche 356 Roadster
Fonte: Wikipedia

Per quanto riguarda il concetto di auto elettrica però, il fondatore del marchio era senza dubbio all’avanguardia. Già nel 1898 infatti, ancor prima della nascita della casa automobilistica di Zuffenhausen, Porsche aveva progettato la prima auto ad alimentazione elettrica: il modello elettromobile Egger-Lohner C.2 Phaeton, altresì conosciuto come P1

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P1: la prima auto elettrica progettata da Ferdinand Porsche

Il marchio Porsche e l’elettrico: la nuova Taycan

La rivoluzione dell’elettrico arriva anche in casa Porsche. Con la Taycan, il marchio dimostra che l’auto di lusso, potente e veloce, è possibile anche elettrica. E dallo spot in onda in quest’ultimo periodo, emerge anche tutta l’anima energica dell’auto e del messaggio che c’è dietro. Già il nome Taycan, che significa “anima impetuosa di un giovane cavallo”, lascia intendere che Porsche abbia voluto rimarcare come l’innovazione dell’elettrico non significa rinunciare alle prestazioni da capogiro che il brand automotive ha sempre tenuto alte nei suoi veicoli.

Nello spot infatti, in un capanno sperduto “prende vita” tramite corrente elettrica il progetto di quest’auto, che durante il video risulta come connessa con l’anima del cavallo che lo segue, sfidando anche le zone urbane. Una vettura che di certo non sarà per tutti: il prezzo di partenza è infatti € 110.017. Quindi una pubblicità senz’altro affascinante e ricercata, che però vuole certamente intercettare un target di popolazione dal reddito alto. Magari fra qualche tempo il marchio creerà delle vetture più accessibili, anche se il concetto stesso che ha reso Porsche prestigiosa potrebbe venir meno.

Il cavallo rampante: simbolo anche della rivale Ferrari

Di sicuro in molti avranno pensato che questo spot potesse rappresentare un guanto di sfida che la casa di Zuffenhausen ha lanciato alla rivale Ferrari. Il cavallino rampante, visibile nell’ultima scena dello spot, è emblematico anche della casa automobilistica italiana. C’è quindi dietro una strategia di marketing oppure è dato dal fatto che praticamente gli stemmi dei due marchi sono praticamente gemelli?

Si, sono davvero simili e il cavallino rampante protagonista di entrambi sarebbe anche lo stesso! Il cavallo simbolo di Stoccarda infatti, divenne anche il simbolo della Ferrari, come racconta il suo stesso fondatore:

«Quando nel 1923 vinsi il primo circuito del Savio che si correva a Ravenna, conobbi il Conte Enrico Baracca e in seguito la Contessa Paolina, genitori dell’eroe. Fu la Contessa che un giorno mi disse: “Ferrari, perché non mette sulle sue macchine il Cavallino Rampante di mio figlio? Le porterà fortuna”. Conservo ancora la fotografia dell’aviatore con la dedica dei genitori in cui mi affidano l’emblema del Cavallino. Il Cavallino era e rimarrà nero; io aggiunsi il fondo giallo canarino che è il colore della città di Modena.»

Fonte: Wikipedia

Baracca era un asso dell’aviazione italiana che fece dello scudetto di Stoccarda il suo stemma, in omaggio agli aerei che aveva abbattuto, uno dei quali sulla fusoliera riportava questo stemma.

Insomma, Ferrari e Porsche sono accomunati dallo stesso cavallino rampante. Non resta che attendere la possibile risposta del cavallino “italiano” alla scelta innovativa del suo competitor.

Se volete vedere l’altra faccia del cavallino vi consigliamo Ferrari SF90 Spider “gold allure”

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La donna nelle pubblicità: dagli anni ’50 ad oggi – di Silvia Becattini

TAG: In Evidenza, Marketing, Moda & Fashion, Donna, Mamme, Notino, Pubblicità

La donna nelle pubblicità è stata rappresentata come l’angelo del focolare, che si occupava di casa e famiglia. I prodotti che dagli anni ’50 hanno avuto come protagoniste le donne nei cartelloni pubblicitari erano principalmente cibi o prodotti per la casa, l’habitat naturale della donna secondo lo stereotipo che queste campagne contribuivano a rafforzare.

È evidente come il ruolo della donna, la sua rappresentazione estetica ed il suo ruolo nella società siano cambiati nel corso dei decenni. Per fortuna, aggiungerei. La figura femminile era raffigurata palesemente come debole ed inferiore, attraverso pubblicità sessiste che mortificavano e discriminavano la donna.

Alcuni esempio di pubblicità sessista degli anni ’50

La donna nelle pubblicità oggi

Quella che invece appare oggi negli spot (quasi tutti) e nelle campagne pubblicitarie è una donna forte, emancipata, affermata nel suo lavoro. Ma oltre alla donna volitiva, come può essere Emma Marrone nello spot Lines, il mondo della pubblicità negli ultimi anni celebra anche le mamme di tutte le età. Questa scelta di marketing molto probabilmente è dettata dalla necessità di conquistare la fetta di mercato delle neo mamme. Infatti, a parte le pubblicità in cui è presente tutta la famiglia, in TV e su altri media, oggi le donne sono protagoniste di spot che mettono al centro la loro femminilità ed indipendenza, pubblicizzando anche prodotti per la bellezza ed il benessere.

Alena Šeredová, mamma a tempo pieno e testimonial di Notino

Un esempio è la campagna pubblicitaria lanciata a novembre da Notino. Il brand e-commerce di profumi e cosmetici, presente su ben 24 mercati europei, sceglie Alena Šeredová come testimonial. Quest’ultima non è solo una bellissima showgirl e attrice, ma è anche mamma di tre figli (l’ultima nata da pochi mesi).

Attraverso questo tipo di spot passa quindi il messaggio di una donna realizzata in tutto ciò che fa e incontra quella fetta di pubblico femminile che magari ha da poco avuto figli e non rinuncia al proprio benessere fisico e mentale, continuando a lavorare e a curare il proprio aspetto. La Šeredová inoltre, ha lanciato anche una sua linea di profumi che sono in vendita su Notino.
Un’altra prova del fatto che le donne, di tutte le età, sono piene di risorse e riescono a conciliare con successo tante attività diverse.

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e-commerce: cosa succede ai resi? – di Silvia Becattini

TAG: Business, Business & Marketing, In Evidenza, Amazon, Customer obsession, e-commerce

I grandi siti di shopping online rappresentano un paradiso per il consumatore. Molti brand di e-commerce, che negli anni hanno scalato il settore, hanno come obiettivo primario la soddisfazione del cliente. La cosiddetta customer obsession rappresenta tutta una serie di azioni che i siti di shopping online compiono al fine di rendere il cliente appagato del servizio offerto.

Un esempio di customer obsession nell’e-commerce: la politica di reso Amazon.

In generale, restituire un articolo e ricevere un rimborso oppure sostituirlo con Amazon risulta molto semplice e veloce. Basta rispettare il termine dei 30 giorni di calendario (limite massimo per restituire un prodotto). In questo caso, verrà rimborsato il costo dell’articolo. Non sono inclusi i costi di spedizione sostenuti per ricevere il prodotto, confezioni regalo o servizi associati all’acquisto. I costi associati alla restituzione dell’articolo ad Amazon non verranno rimborsati.

Esercitando il diritto di recesso poi (entro 14 giorni), oltre alla restituzione del prodotto e al rimborso, non si dovranno sostenere neanche le spese di spedizione. Il consumatore quindi, verrà soddisfatto in tutte le sue necessità.

Si può mandare indietro un articolo in questi casi:

  • Se si cambia idea su un prodotto acquistato
  • Se l’articolo acquistato è arrivato danneggiato, diverso da quello ordinato o non conforme al contratto di vendita

Ma che fine fanno gli articoli restituiti?

Dell’enorme quantità di prodotti mandati indietro ad Amazon, solo una piccola parte avrà nuova vita. La maggior parte degli articoli sarà destinata allo smaltimento. Per i prodotti di proprietà Amazon o di venditori che utilizzano solo questo e-commerce per la vendita, il destino di questi articoli sarà la distruzione.

Per quale motivo si preferisce distruggere invece di restituire?

La risposta è molto semplice. È economicamente più vantaggioso. Secondo un tariffario in vigore tra il 2017 e il 2018, lo smaltimento costa infatti 10 centesimi per unità contro i 25 centesimi della rimozione (reso al fornitore). Ogni settimana finiscono al Destroy una enorme quantità di prodotti, anche funzionanti. Si, perché la customer obsession di Amazon fa sì che il cliente abbia sempre ragione e che spesso i controlli sul prodotto restituito (perché difettoso o per noia da consumismo?) non siano rigorosi.

Una piccola parte dei prodotti restituiti però, avrà una nuova vita su Warehouse Deal. Questa sezione Amazon è infatti dedicata ai prodotti usati, di seconda mano o con confezioni aperte. Ovviamente anche in questo caso sono valide le politiche di reso come per tutti gli altri acquisti Amazon.

Magari si potrebbe trovare un impiego diverso per tutti quei prodotti – spesso perfettamente funzionanti – che vengono destinati alla distruzione ogni giorno. Chissà se il mondo dell’e-commerce troverà delle vie alternative.

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