Migranti a Ceuta, Ue: “Solidali con la Spagna e cordoglio per le vittime” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – L’Unione Europea esprime “forte solidarietà” alla Spagna per la crisi migratoria sviluppatasi a Ceuta, porge le proprie “condoglianze” per le decine di persone morte annegate nel tentativo di attraversare la frontiera tra il Marocco e l’exclave spagnola e riconosce, davanti a quello che l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati Filippo Grandi ha pubblicamente definito un “fallimento” dell’Ue, che la comunicazione pubblica dell’Unione dovrebbe essere più “coerente” davanti alle crisi. E’ l’esito del Consiglio Affari Interni informale di oggi in videoconferenza.  

Le condoglianze per i morti dalle istituzioni Ue arrivano dopo che Grandi ha fatto notare l’altroieri, via social, che non era stata spesa una sola parola per le decine di persone morte nel tentativo di raggiungere Ceuta: “Migranti manipolati per esercitare pressioni politiche sulla Spagna – ha scritto – reazioni di molti governi dettate da interessi di politica interna, senza alcuna reale preoccupazione. Coordinamento dell’Ue esitante e difficile da comprendere. Neanche una parola di compassione per le vittime. Ceuta: che fallimento, Europa”.
 

Oggi in videoconferenza, riferisce il Consiglio Ue, i ministri degli interni hanno affrontato i recenti sviluppi a Ceuta: la delegazione spagnola, la Commissione Europea e il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) hanno condiviso la loro valutazione sugli eventi degli ultimi giorni e sulla situazione attuale alla frontiera esterna di Ceuta. 

Gli Stati membri e i Paesi associati a Schengen (Norvegia, Svizzera, Islanda e Liechtenstein) sono “uniti” nell’esprimere una “forte solidarietà” alla Spagna. I ministri “hanno apprezzato la rapidità e l’efficacia degli interventi delle autorità spagnole nella gestione della situazione a Ceuta. Hanno inoltre espresso le loro condoglianze per le persone che hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il confine”. 

Per Jim O’Callaghan, ministro irlandese della Giustizia, degli Interni e della Migrazione, “l’Ue è unita ed è pronta a sostenere la Spagna. Lodiamo la Spagna per la sua rapida risposta alla situazione di Ceuta ed esprimiamo le nostre più sentite condoglianze per la tragica perdita di vite umane. Le frontiere esterne dell’Ue sono una nostra responsabilità condivisa e la migrazione richiede una risposta europea unitaria”.  

L’incontro di oggi, “da me convocato, ha offerto un’importante opportunità agli Stati membri per valutare gli strumenti già a nostra disposizione, individuare i settori in cui è necessaria ulteriore cooperazione e portare avanti i nostri preparativi collettivi in vista della prossima riunione ministeriale e del Consiglio Europeo di ottobre”. Le migrazioni, dunque, dovrebbero far parte del ‘menu’ del summit Ue d’autunno. 

Gli ultimi aggiornamenti delle autorità spagnole e della Commissione, continua il Consiglio, “indicano che la stragrande maggioranza delle persone che hanno attraversato illegalmente il confine è stata rimpatriata e che non si sono registrati ulteriori spostamenti verso la Spagna continentale o altri Stati membri”. 

La riunione di oggi ha offerto agli Stati membri “l’opportunità di confrontarsi sull’importanza della protezione delle frontiere esterne dell’Ue”. È emersa una “comune consapevolezza” della necessità di continuare a combattere senza sosta le reti di trafficanti di migranti, di rafforzare i rimpatri, di consolidare le frontiere dell’Ue, di costruire solide partnership con i Paesi terzi e di migliorare la capacità di previsione. 

I ministri “hanno sottolineato la necessità di migliorare la consapevolezza condivisa della situazione, obiettivo che potrebbe essere raggiunto attraverso l’ulteriore sviluppo di sistemi di allerta precoce, come l’intelligence pre frontaliera e il monitoraggio dei social media”. 

Il Consiglio ha evidenziato anche “l’importanza della cooperazione con i Paesi terzi e dell’ulteriore sviluppo di partenariati che creino le giuste opportunità per le persone nei loro Paesi d’origine e rafforzino la gestione della migrazione”.
 

Infine, i ministri hanno sottolineato che “la comunicazione nei momenti di crisi potrebbe essere ulteriormente rafforzata attraverso un coordinamento tempestivo e dovrebbe essere più coerente, soprattutto per contrastare attori esterni malintenzionati impegnati nella manipolazione e nell’interferenza delle informazioni straniere”. 

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Naziskin assaltano a Sofia albergo che ospita adolescenti italiani ebrei: “Insulti e minacce” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Adolescenti ebrei italiani e i loro educatori sono stati aggrediti verbalmente da naziskin a Sofia in Bulgaria. Un gruppo di naziskin con le magliette nere e il teschio, urlando ‘Sieg Heil!’, secondo quanto si apprende, hanno cercato di forzare l’ingresso di un albergo dove si trovavano decine di adolescenti anche della Comunità Ebraica di Roma. 

 

“Esprimo solidarietà al gruppo di giovani ebrei italiani aggrediti e minacciati all’interno di un hotel a Sofia. Condanno questo ennesimo episodio di antisemitismo, un germe che va combattuto, una forma di odio e discriminazione che va estirpata. Sono vicino al presidente Victor Fadlun e alla Comunità Ebraica di Roma”. Così in un post su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani, a proposito di quanto avvenuto in Bulgaria. 

 

“I nostri figli non sono liberi di viaggiare in Europa senza essere esposti alla violenza e all’aggressione verbale degli antisemiti. Un video documenta l’ignobile provocazione, i saluti nazisti e le urla ‘Sieg Heil!’ di un gruppo di naziskin con le magliette nere e il teschio, che hanno cercato di forzare l’ingresso di un albergo dove si trovavano decine di adolescenti anche della Comunità Ebraica di Roma”, ha sottolineato Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma condannando l’episodio. 

“Ci sono stati lunghi minuti di tensione, anche perché dopo l’intervento della polizia i naziskin sono tornati e hanno di nuovo bloccato gli ingressi, minacciando e urlando i nostri ragazzi – ha proseguito- La Comunità ebraica di Roma condanna con fermezza questo ennesimo episodio di antisemitismo, che colpisce adolescenti ebrei italiani e i loro educatori, in un Paese dell’Unione europea. Chiediamo alle autorità bulgare che venga fatta luce su quest’aggressione e che i responsabili vengano al più presto identificati e perseguiti”. 

Anche l’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) ha espresso”solidarietà ai giovani ebrei italiani per l’episodio di minacce antisemite – che secondo le prime ricostruzioni dei fatti – è avvenuto al termine del campeggio estivo del Bene Akiva nei pressi di Sofia in Bulgaria. Sono episodi che continuano a ripetersi in un crescendo sempre più preoccupante. Da parte nostra metteremo in atto tutte le possibili azioni affinché la vita ebraica in tutte le sue manifestazioni possa continuare a svolgersi in sicurezza e tranquillità per gli ebrei italiani ed europei”. 

Sull’episodio è intervenuta anche la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno: “Quello che è accaduto a Sofia è di una gravità assoluta, richiama un clima da notte dei cristalli che scuote l’Europa dalle sue fondamenta. Un gruppo di naziskin ha tentato di forzare e poi bloccato l’ingresso di un albergo nel quale si trovavano adolescenti ebrei italiani. E lo ha fatto urlando ‘Sieg Heil’ e mostrando il saluto nazista. Non siamo davanti a una provocazione, ma a un atto di intimidazione antisemita che evoca nel modo più esplicito e inquietante la storia più buia della nostra comunità”, si legge in una nota. “L’antisemitismo è oggi non più soltanto un’emergenza da denunciare. È una minaccia concreta alla libertà e alla sicurezza delle nostre democrazie. Non possiamo voltarci dall’altra parte. L’Europa ha il dovere di essere intransigente contro ogni forma di antisemitismo e contro chi pensa di poter riportare nelle nostre strade simboli, parole e violenza del nazismo. La libertà degli ebrei di vivere, viaggiare e crescere senza paura è una cartina di tornasole della libertà di tutti noi. Su questo non possono esserci ambiguità o silenzi”, ha concluso.  

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Campi Flegrei, esplode la protesta dopo il terremoto: porto di Pozzuoli bloccato – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Cresce la protesta a Pozzuoli dopo il terremoto del 31 luglio. Oltre mille residenti sono scesi in piazza per chiedere interventi urgenti contro l’emergenza nei Campi Flegrei, raggiungendo e bloccando il porto cittadino. Tra sfollati, case danneggiate e famiglie ancora senza acqua e corrente, i manifestanti accusano Governo e istituzioni locali di averli lasciati soli e chiedono risposte immediate. 

Il corteo conta almeno un migliaio di persone, nonostante il caldo. “Vogliamo sapere Meloni dove sta, quando ci sono i problemi, scompare”. E ancora: “Siamo abbandonati da 50 anni, c’è gente senza acqua, ci sono gli sfollati, è una vergogna, abbiamo le case distrutte”.  

Ma ci sono critiche anche ai sindaci dei Campi Flegrei: “Perché non sono qui con il popolo, perché oggi le istituzioni non sono oggi con noi?”. Sono solo alcune delle voci che si alzano dal corteo. I cittadini sono esasperati, la manifestazione è pacifica, in piazza ci sono sfollati, residenti che sono da tre giorni senza acqua e corrente elettrica nelle loro abitazioni. E’ arrivato alla manifestazione da qualche minuto il parlamentare flegreo del M5S, Antonio Caso. 

Prosegue intanto l’attività dei Vigili del Fuoco a seguito della scossa di terremoto di magnitudo 4.7 registrata nell’area della Solfatara di Pozzuoli. Sono 57 gli edifici inagibili, 395 le unità abitative sgomberate, 227 gli interventi effettuati, 655 quelli in coda. Questo è il bilancio allo stato attuale dell’attività dei Vigili del Fuoco nel territorio flegreo. ”Il continuo afflusso di rinforzi, disposto dal Centro Operativo Nazionale e dalla Direzione Regionale della Campania, ci consente di ampliare costantemente la capacità di risposta sul territorio flegreo. Accanto alla verifica di staticità degli edifici, stiamo garantendo anche la tutela del patrimonio culturale e il supporto alla popolazione per il recupero dei beni personali, in stretto coordinamento con la Polizia Locale e le altre istituzioni coinvolte. Il nostro impegno resta totale, con un solo obiettivo: la tutela dell’incolumità pubblica e privata dei cittadini colpiti da questo evento sismico.” Il Comando invita la cittadinanza a mantenere la calma, a seguire le indicazioni delle autorità competenti e a contattare il 115 esclusivamente per situazioni di effettivo pericolo, per non intasare le linee di soccorso”, riferisce il capo dei Vigili del Fuoco di Napoli, Giuseppe Paduano. 

 

cronaca

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La storia dietro la virale maschera al collagene: come Biodance sta ridefinendo il futuro della skincare con la tecnologia all’idrogel – di Redazione Ciaoup

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COMUNICATO STAMPA – CONTENUTO PROMOZIONALE

Dal percorso di guarigione della fondatrice alla nascita di un brand globale di skincare che sta rivoluzionando la tecnologia all’idrogel. 

SEOUL, Corea del Sud, 4 agosto 2026 /PRNewswire/ — Non tutti i brand skincare nascono in laboratorio. Alcuni nascono da un’esperienza personale. 

Per Biodance, tutto è iniziato dopo il percorso di guarigione della fondatrice Mihwa Kim a seguito di un grave incidente avvenuto nel 2013. Durante il percorso di guarigione, ha scoperto come l’idrogel di grado medico fosse in grado di creare l’ambiente ottimale affinché la pelle possa rigenerarsi naturalmente. Questa esperienza ha dato origine a una domanda molto semplice: perché non reinventare questa tecnologia per la skincare quotidiana? 

Questa domanda è diventata il fondamento della filosofia di Biodance: aiutare la pelle a ripristinare il suo equilibrio naturale attraverso la tecnologia a base di idrogel, routine skincare pensate per sostenere la salute della pelle nel tempo, andando oltre risultati temporanei. 

Oggi, Biodance è diventata uno dei brand K-beauty in più rapida crescita a livello globale, con 300 milioni di maschere vendute, 1 miliardo di visualizzazioni video e una presenza in oltre 90 Paesi. Il bestseller del marchio, la Bio-Collagen Real Deep Mask, ha conquistato un fedele seguito in tutto il mondo, contribuendo all’affermazione di Biodance come azienda leader nella skincare con tecnologia a base di idrogel. 

 

Da una maschera virale a una routine di skincare completa 

Sulla base del successo globale della sua Bio-Collagen Real Deep Mask, numero 1 della linea, Biodance sta espandendo la sua filosofia basata sull’idrogel trasformandola in una routine completa per la skincare. 

 

All’inizio di agosto 2026, il marchio ha presentato i suoi nuovi Hydrogel Eye Patches e Jelly Serum Mist presso i punti vendita Sephora in 17 Paesi europei, disponibili sia nella collezione Collagen che in quella Caviar PDRN. L’Invisible Collagen Peptide Sun Fluid è già disponibile su Amazon nei principali Paesi europei, rafforzando ulteriormente il crescente portafoglio di prodotti per la skincare di Biodance. 

Questi nuovi lanci ampliano l’universo idrogel di Biodance oltre il mondo delle maschere,offrendo trattamenti mirati per il contorno occhi, idratazione giornaliera e protezione UV leggera attraverso la tecnologia ispirata all’idrogel distintiva del marchio. 

Mentre Biodance continua a crescere attraverso Sephora, Douglas, Amazon e i principali partner retail europei, il marchio mira a presentare ai consumatori europei non solo prodotti innovativi, ma anche una filosofia skincare basata sul recupero, sull’equilibrio e sulla salute della pelle nel lungo periodo. 

Informazioni su Biodance 

Fondata in Corea del Sud, Biodance è un marchio di skincare nato dalla visione della fondatrice Mihwa Kim secondo cui una pelle sana nasce dalla capacità naturale della pelle di rigenerarsi e ritrovare il proprio equilibrio.  Famoso per la sua innovativa tecnologia all’idrogel e per la celebre Bio-Collagen Real Deep Mask, diventata virale in tutto il mondo, il marchio continua a espandere la propria gamma di prodotti skincare innovativi, portando l’universo dell’idrogel ai consumatori di tutto il mondo. 

 

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Ceuta, crisi migratoria o guerra ibrida? Tutte le domande (e le contraddizioni) aperte – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Tecnicamente, va considerata una crisi migratoria. Lo spostamento simultaneo di oltre 50mila persone attraverso un confine altamente presidiato, quello tra Marocco e l’enclave spagnola di Ceuta, nella sua fotografia istantanea richiama alla mente i grandi sbarchi del passato, come quello della nave Vlora carica di 20mila albanesi approdata nel porto di Bari 35 anni fa, l’8 agosto 1991. Ma quello che è successo tra giovedì e venerdì scorso a Ceuta è qualcosa di molto più complesso di un’ondata di migranti. Ci sono una serie di domande aperte, e di contraddizioni evidenti, che tratteggiano uno scenario da guerra ibrida. Ci sono dei mandanti, e chi sono? Come è stato possibile non prevedere nulla e farsi trovare così impreparati? Quanto pesano i rapporti diretti tra Spagna e Marocco e quanto le diverse combinazioni possibili di interessi (russi?, americani?, di una coalizione larga contro la Spagna di Pedro Sanchez?)? I punti interrogativi si sommano, non a caso, in un complesso intreccio di fattori politici e geopolitici, che hanno premesse e conseguenze che affondano nell’economia e nella demografia.  

Sempre ripartendo dalla fotografia statica, le migliaia di migranti marocchini che a nuoto varcano il confine a Ceuta per entrare illegalmente in Spagna, non si può che partire dai rapporti tra Madrid e Rabat. I primi sospetti ricadono sulle autorità marocchine che hanno omesso, o addirittura deliberatamente sospeso, ogni controllo alla frontiera, una delle più controllate del Mediterraneo. Tenendo conto della conformazione geografica del territorio, Ceuta è isolata e distante almeno 60 chilometri dalle altre città del Marocco, l’altro dubbio consistente riguarda la possibilità che sia stato favorito il trasporto dei migranti, con una vera e propria organizzazione logistica impossibile da realizzare senza la complicità, o addirittura il supporto, delle autorità marocchine. Cosa accredita questa ipotesi? Chi si spinge su questa tesi ricorda le tensioni tra Spagna e Marocco legate al recente avvicinamento tra Madrid e l’Algeria, storica nemica del Marocco che contende con Rabat la sovranità sul Sahara occidentale. C’è poi da ricordare anche che Ceuta e Melilla, le due enclavi spagnole, sono considerate dal Marocco illegittime, rappresentando un’eredità di una stagione chiusa, quella del colonialismo. Seguendo questa pista, quello marocchino sarebbe stato un avvertimento particolarmente deciso, il cui messaggio è: ecco cosa succede se vi muovete nella direzione sbagliata. 

A questo punto, però, si innescano altri dubbi. Il primo è: perché Sanchez si è affrettato a parlare di “collaborazione esemplare con il Marocco”? Una risposta possibile chiama in causa la struttura del potere in Marocco, nel senso che la collaborazione evidente che c’è stata rispetto a quella che si configura come una vera e propria operazione di guerra ibrida contro la Spagna, potrebbe non essere nella vautazione di Madrid necessariamente espressione del governo di Rabat. O, almeno, non in maniera deliberata. Sicuramente, è l’altro elemento da considerare, la collaborazione del Marocco è essenziale per tutelare l’ordine pubblico a Ceuta e Melilla. In questo senso, l’avvertimento avrebbe centrato il suo obiettivo, consigliando a Sanchez di limitare i danni e ricucire qualsiasi strappo.  

Altra domanda chiave. Cosa hanno fatto i servizi spagnoli, come è stato possibile non accorgersi di nulla? La totale impreparazione della Spagna rispetto ai fatti che sono accaduti è difficilmente sindacabile. La spiegazione che gli 007 di Madrid danno, secondo quanto scrive El Pais, non aiuta però a ridimensionare responsabilità che sembrano evidenti: l’esodo migratorio verso Ceuta sarebbe stato favorito dalle autorità marocchine, con il coinvolgimento anche di membri dell’intelligence, ma non sarebbe nato da un piano organizzato, con il flusso di decine di migliaia di persone che sarebbe stato innescato da informazioni false diffuse sui social sulla possibilità di entrare in Spagna senza rimpatrio. Avrebbero contribuito, poi, la recente sentenza del Tribunal Supremo, che impedisce i respingimenti di chi arriva a nuoto, e la regolarizzazione di migranti, già stabili sul territorio nazionale, con innesco di un ‘effetto chiamata’. Rabat, in sostanza, avrebbe trasformato la crisi in un’opportunità politica. Se così fosse, gli eventi sarebbero stati alimentati da una combinazione di fattori: la disinformazione online, l’azione delle reti di trafficanti e l’interpretazionie errata delle norme europee. In ogni caso, i servizi spagnoli hanno quanto meno sottovalutato le informazioni disponibili e il governo marocchino ha quanto meno speculato sul lavoro sporco fatto da altri. 

Allargando il campo dell’osservazione, si arriva rapidamente agli altri soggetti che sono indirettamente coinvolti nella crisi di Ceuta. L’operazione andata in scena nell’enclave spagnola colpisce la politica migratoria e la stabilità di uno stato Ue, la Spagna, che è stata il più fermo oppositore in Europa della politica degli Stati Uniti di Donald Trump: dalla condanna ferma della guerra di Israele a Gaza, all’opposizione alla guerra americana all’Iran con il ‘no’ fermo all’uso delle basi spagnole, fino al ‘no’ all’aumento delle spese per la difesa al 5% del Pil. Lo stesso presidente americano ha sempre detto di voler punire Madrid per queste sue scelte. Proprio sul futuro di Ceuta e Melilla, da parte americana, sono arrivate pressioni esplicite nel senso di una riflessione sulle rivendicazioni territoriali marocchine. Un indirizzo, questo, sostenuto anche da Israele. D’altra parte, sono diventati particolarmente buoni i rapporti di Washington con Rabat. Un’altra istantanea aiuta a definire il quadro. Domenica scorsa Trump ha annunciato a sorpresa, sul suo social Truth, che il Marocco avrebbe intitolato a suo nome un tratto dell’autostrada Tiznit-Dakhla, ringraziando il re e dicendosi impaziente di percorrerla. Basta tutto questo per ipotizzare che i fatti i Ceuta abbiano avuto la benedizione di Trump? Sicuramente è significativo quello che il presidente americano ha detto a caldo, di fronte alle immagini trasmesse da Fox News con una particolare insistenza: “E’ terribile. Ricordatevi quelle immagini. Saremo noi fra tre anni se vincerà la parte sbagliata”. Evidente, almeno, la forzatura propagandistica.  

Chi sostiene la tesi che sui fatti di Ceuta pesi anche la speculazione di un fronte di interessi, una sorta di ‘coalizione’ che fa riferimento alla polarizzazione estrema e che mette dalla stessa parte un fronte largo, che va dalla Russia all’estrema destra populista europea, fino ai repubblicani Maga. Questo soprattutto quando si fa riferimento alla guerra ibrida, alla disinformazione e all’utilizzo sistematico di fake news che, come nel caso di Ceuta, possano influenzare il comportamento di decine di migliaia di persone.  

Guardando invece ai risvolti più strettamente politici, i fatti di Ceuta hanno conseguenze più facilmente leggibili. Colpiscono evidentemente Sanchez e la leadership socialista della Spagna. Sul piano interno, favorendo le rivendicazioni di Vox e portando il Partito popolare su posizioni più marcatamente contrarie alle scelte inclusive sull’immigrazione. Sul piano europeo, con la reazione di tanti governi, a partire da quello italiano guidato da Giorgia Meloni, che può portare a un isolamento di Madrid. Ventidue Paesi hanno firmato una lettera preparata da Italia e Danimarca che chiede di intervenire per tutelare la sicurezza dei singoli stati membri, mettendo in discussione la tenuta dell’area Schengen. Solo Francia, Portogallo, Lussemburgo, Irlanda (in quanto presidente di turno dell’Ue) e la stessa Spagna non hanno firmato la prima missiva inviata a Consiglio e Commissione europea. La crisi è così profonda da costringere a una convocazione d’urgenza, martedì, di un vertice dei 27 ministri degli Interni. (Di Fabio Insenga) 

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Impiegata delle poste ruba biglietto della lotteria, incassa il premio e viene arrestata: la storia da film in Florida – di Redazione Ciaoup

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Ha rubato un biglietto della lotteria vincente da una cassetta della posta e ha incassato il premio. È questa l’accusa rivolta a un’impiegata di 28 anni del servizio postale degli Stati Uniti, a Oakland Park, in Florida. La donna avrebbe sottratto il tagliando e si sarebbe appropriata della vincita. 

La vicenda è iniziata quando una donna di Tampa, dopo aver vinto 2.600 dollari con un biglietto della lotteria, ha deciso di regalarlo a un parente residente nel sud della Florida, spedendolo per posta senza riscuotere il premio. La busta, però, non è mai arrivata a destinazione e la donna lo ha denunciato alla polizia. 

Le indagini hanno rivelato che il premio era già stato riscosso cinque giorni dopo l’estrazione presso un ufficio della lotteria della Florida. Secondo gli investigatori, la dipendente avrebbe sottratto il biglietto durante il servizio e lo avrebbe presentato personalmente per incassare i soldi, grazie al suo ruolo interno all’ufficio postale. 

La 28enne è ora accusata di furto aggravato e possesso di posta rubata. La donna dopo l’arresto sarebbe stata rimessa in libertà su cauzione. 

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Antonio Rossi, trent’anni dopo Atlanta: “La gara perfetta? In realtà la sbagliai. Galeazzi la rese eterna” – di Redazione Ciaoup

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“Rossi va a vincere. Ancora lui, ancora Antonio Rossi. Un razzo nell’acqua”. Ci sono imprese che il tempo non scalfisce, nemmeno a trent’anni di distanza. Restano nel cuore della gente anche grazie a una voce memorabile. Inconfondibile. Quella di Gian Piero Galeazzi accompagnò milioni di italiani in due giornate da film per lo sport tricolore: il 3 agosto 1996, alle Olimpiadi di Atlanta, Antonio Rossi conquistò l’oro nel K2 con Daniele Scarpa. Il giorno dopo arrivò il bis nel K1. “Quando riguardo quelle immagini, mi emoziono ogni volta come se fosse la prima” racconta all’Adnkronos il campione azzurro, oggi presidente della Federazione Italiana Canoa e Kayak. “Ogni volta rivivo quelle sensazioni e il merito è anche delle telecronache epiche di Gian Piero Galeazzi”. 

Cosa rappresentano i due ori di Atlanta dopo trent’anni?
 

“Io e Daniele sapevamo di poter vincere. Avevamo dominato in Coppa del Mondo l’ultimo anno, la fiducia non mancava. Diciamo che la paura più grande era l’imprevisto. Una pagaia rotta, un problema all’imbarcazione, un malore. Sarebbe stato il modo peggiore per vedere sfumare un sogno”.  

Che invece si realizzò, in tutti i sensi…
 

“L’anno prima vincemmo il Mondiale di Duisburg e l’adrenalina fu tale da non farmi dormire. Quell’esperienza mi servì. Ad Atlanta riuscii a riposare alla grande, recuperando tra una gara e l’altra. Credevo nella doppietta, ma viverla è stato qualcosa di unico”. 

Cosa prova nel rivedere quelle due gare oggi?
 

“È sempre un’emozione. Anche perché la voce di Gian Piero Galeazzi fa rivivere i ricordi in una maniera straordinaria. Aveva un modo unico di raccontare lo sport e credo che le sue telecronache abbiano contribuito a rendere quelle immagini così vive nella memoria degli italiani. Ancora oggi, quando le rivedo con i ragazzi, provo gli stessi brividi”.  

C’è un episodio curioso della finale del K1 che pochi conoscono…
 

“Preparai quella gara in modo maniacale. Sapevo che se fossi riuscito a stare davanti al romeno Magyar dopo i primi 200 metri avrei avuto un vantaggio anche psicologico. Partii fortissimo, continuando però a vedere una prua bianca accanto alla mia. Pensando fosse lui, continuai a spingere, spingere e spingere. Poi mi voltai ed ecco la sorpresa. Vicino a me non c’era il mio avversario, ma il catamarano della tv che seguiva la gara. Magyar era parecchio dietro, ma io negli ultimi 150 metri ero cotto. Sbagliai del tutto la gestione della gara, per fortuna andò bene lo stesso”. 

Se oggi avesse la possibilità di rivivere un momento della sua carriera, sceglierebbe gli ori di Atlanta o la cerimonia inaugurale di Pechino 2008, da portabandiera?
 

“Sono emozioni diverse, ma sceglierei Pechino. Entrare nello stadio olimpico con il tricolore, davanti a tutta la squadra italiana, è stato un onore immenso. È uno dei ricordi più belli della mia vita”.  

Quelle di Atlanta furono Olimpiadi da sogno anche per il suo grande amico Jury Chechi, con cui poco tempo fa ha condiviso il successo a Pechino Express…
 

“Ci conoscemmo pochi mesi dopo quei Giochi, da allora siamo rimasti molto legati. Per il trentennale dei nostri ori faremo di sicuro qualcosa insieme, stiamo cercando di organizzarci”. 

Oggi è presidente della Federazione. Da dove riparte la canoa italiana?
 

“Luciano Buonfiglio ha lasciato una Federazione solida. Ora il primo obiettivo sarà accompagnare gli atleti verso Los Angeles 2028, anche perché sono cambiati i criteri di qualificazione. Bisognerà pensare molto anche alla base, abbiamo lanciato tante iniziative per far conoscere e apprezzare il nostro sport. Una di queste è ‘Giochi di pagaie’, per portare la canoa nelle scuole in modo divertente. Senza parlare solo di agonismo. Inoltre, stiamo investendo nei centri federali e in diversi progetti”.  

Ha seguito da vicino anche Milano Cortina 2026, in qualità di City Operations Manager. Che esperienza è stata?
 

“Ho visto come funziona la macchina delle Olimpiadi fin dalla candidatura. Posso dire che, per certi aspetti, è più difficile organizzare i Giochi in casa che vincere un oro. Non nego che la soddisfazione più grande sia stata vedere gli atleti felici delle condizioni in cui hanno potuto gareggiare. Di Milano Cortina resteranno lo spirito e gli impianti, una grande eredità dei Giochi”. 

L’Italia può ospitare di nuovo un’Olimpiade estiva?
 

“Direi di sì, ma servirà una candidatura condivisa. Roma è un punto di riferimento naturale, per le tante strutture a disposizione, ma il modello delle Olimpiadi diffuse che abbiamo visto negli ultimi Giochi potrebbe dare spazio ad altre città, come Milano, Venezia o anche Napoli, che tra un po’ ospiterà l’America’s Cup. Le potenzialità ci sono, serviranno investimenti importanti”.  

Nel 2021 è stato colpito da un infarto durante una Gran Fondo. Quel momento ha cambiato il suo rapporto con lo sport?
 

“Prima ero competitivo in tutto, oggi pratico sport con un approccio diverso. Ascolto il mio corpo e mi godo l’attività fisica molto di più. Cerco soprattutto di trasmettere un messaggio. Dopo un infarto, con il parere dei medici, fare attività fisica è ancora più importante. Non bisogna avere paura di tornare a muoversi”. Parola di (tri)campione olimpico. 

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Neya pianta mangrovie in Madagascar per 2.500 ettari, potenziamento come 3.300 campi da calcio – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Neya, società benefit del Gruppo Mundys per il contrasto al cambiamento climatico, avvia la seconda fase del progetto Ma Honko in Madagascar, dedicata al ripristino delle mangrovie lungo le coste del Paese. Obbiettivo della società è ripristinare ecosistemi degradati, migliorare la biodiversità e rimuovere anidride carbonica dall’atmosfera, coinvolgendo le comunità locali. Dopo il lancio della prima fase a dicembre 2025, il progetto entra infatti in una nuova fase di sviluppo che porterà l’area di intervento da 500 ettari – dove sono state avviate attività di riforestazione di aree costiere degradate con mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky – a oltre 2.400 ettari, estendendo il progetto al nord del Madagascar. Le mangrovie, tra gli ecosistemi più efficaci nella cattura e nello stoccaggio del carbonio, trattengono significative quantità di CO₂ nella biomassa e nei suoli costieri. L’ampliamento a 2.400 ettari, l’equivalente di 3.300 campi di calcio, consentirà di incrementare la capacità di assorbimento e stoccaggio del carbonio delle aree interessate, con una rimozione totale stimata di circa 755.000 tonnellate di CO₂ nell’arco di vent’anni. Accanto agli impatti climatici, Ma Honko favorisce la protezione delle coste dall’erosione, sostiene la conservazione degli habitat naturali e crea opportunità economiche per le comunità coinvolte attraverso attività di vivaio, piantumazione, pesca e apicoltura. (VIDEO) 

Dalla nascita di Neya, nell’ambito della prima fase del progetto, sono già stati ripristinati 272 ettari, pari a oltre il 54% dell’obiettivo iniziale, attraverso la messa a dimora di mangrovie nelle regioni di Sofia e Melaky. A supporto delle attività di riforestazione sono stati realizzati 847 vivai e piantate quasi 1,8 milioni di piante. Gli interventi seguono una metodologia basata sui cicli di marea, che consente alle giovani piante di beneficiare di un’irrigazione naturale, favorendone l’attecchimento e la crescita. Il progetto integra agli obiettivi climatici, una forte componente di tutela della biodiversità: le attività di monitoraggio hanno infatti confermato la presenza, nell’area, di specie endemiche e minacciate, tra cui l’ibis sacro malgascio e l’airone del Madagascar, entrambe classificate come “in pericolo” nella Lista Rossa Iucn (International Union for Conservation of Nature). Realizzato in collaborazione con partner locali, il piano di ripristino è sviluppato secondo i requisiti dello standard internazionale Gold Standard. 

I benefici ambientali generati dall’iniziativa si inseriscono nel percorso di decarbonizzazione e nella strategia di sostenibilità del Gruppo Mundys. In questo contesto, il progetto contribuisce agli obiettivi del Climate Action Plan del Gruppo, tra i primi adottati nel settore delle infrastrutture di trasporto, che promuove la transizione energetica e la progressiva decarbonizzazione delle attività lungo l’intera catena del valore, con il traguardo della rimozione delle emissioni nette dirette (Scope 1 e 2) entro il 2040. In continuità con la prima fase, il progetto prevede il reinvestimento di parte dei benefici economici sul territorio a sostegno delle comunità locali. Le attività coinvolgono personale e lavoratori provenienti dalle aree interessate, contribuendo alla creazione di competenze e opportunità di reddito. Le attività di riforestazione proseguiranno per tutto il 2026 e 2027, con nuove piantumazioni previste nel corso dell’anno compatibilmente con le condizioni stagionali e climatiche locali, fino al completamento delle aree interessate dalla nuova fase di sviluppo del progetto. “Ma Honko è un progetto che cresce insieme alle comunità che lo rendono possibile. L’avvio della seconda fase conferma la solidità del lavoro svolto finora e ci permette di ampliare il nostro contributo agli obiettivi di decarbonizzazione del Gruppo Mundys, generando al tempo benefici concreti per il territorio”, ha dichiarato Ruggero Poli, Ceo di Neya. 

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Ucciso per aver aiutato una sconosciuta in difficoltà, chi era Federico Venco – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – È morto sul colpo, investito da un’auto. L’unica colpa: aver aiutato una sconosciuta in difficoltà. Federico Venco, 36enne di Samaratein provincia di Varese, aveva una grande passione: la montagna. Terzo di quattro fratelli e figlio dell’ex sindaco di Samarate, Ermanno Venco, scomparso a inizio 2010, il suo sogno era di acquistare una baita e gestirla. Quattro anni fa si era arrampicato con una guida e un gruppo di amici sull’Himalaya. Un uomo buono e determinato, secondo quanto riferisce chi lo conosceva. 

Il 36enne era stato vittima, un anno e mezzo fa, di un grave incidente in moto, e nonostante ciò, con le stampelle usciva di casa per andare a trovare gli anziani, facendogli compagnia e rincuorandoli. Federico è morto sabato scorso, dopo essere stato travolto da un uomo di 43 anni. Si era fermato per aiutare una donna 39enne, accostando con la sua moto sul ciglio della strada.  

La donna gli ha detto di avere un appuntamento al cimitero della Maddalena, a Somma Lombardo, e così l’ha accompagnata sul posto. Una volta arrivati l’ex della donna, vedendola insieme a un altro uomo, avrebbe accelerato tamponando la moto guidata da Federico, sbalzandolo dalla sella e provocandone la morte all’istante. 

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