Usa, l’amministrazione Trump ha rallentato processo cittadinanza di 380mila potenziali elettori immigrati – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Nell’ultimo anno, l’amministrazione Trump ha ridotto drasticamente il numero di naturalizzazioni per ottenere la cittadinanza americana, suscitando l’accusa di voler ostacolare centinaia di migliaia di persone che avrebbero potuto votare alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. “Non si è mai vista una situazione del genere. Nemmeno durante la prima presidenza di Trump. Il gesto è intenzionale, ma c’è poco che un immigrato possa fare. Deve solo aspettare…”, sottolinea all’Adnkronos Diego Ferreyra, avvocato per l’immigrazione in Virginia evidenziando come questi ritardi abbiano causato gravi sconvolgimenti nelle vite dei suoi clienti, lasciandoli a chiedersi cosa sarebbe successo. L’ultimo rapporto trimestrale dell’agenzia U.S. Citizenship and Immigration Services (Servizi per la cittadinanza e l’immigrazione degli Stati Uniti – Uscis) indica che, tra aprile e giugno, sono state approvate circa 55.000 richieste di cittadinanza, a fronte di oltre 230.000 approvate nello stesso periodo dell’anno precedente. 

Il numero di naturalizzazioni ha iniziato a diminuire verso la fine del 2025, a seguito dell’introduzione da parte dell’Uscis di una procedura nuova e più lunga per i richiedenti, come il controllo dei profili sui social media alla ricerca di “attività antiamericane” e requisiti più rigorosi in merito alla conoscenza della lingua inglese e all’educazione civica statunitense. Se si guarda, invece, ai primi otto mesi del 2026, le autorità federali hanno concesso la cittadinanza a 173.000 persone, un calo del 72% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. L’amministrazione ha inoltre annullato o ridimensionato le cerimonie di naturalizzazione in tutto il Paese, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni civiche che, di norma, presenziano a tali eventi per registrare i nuovi elettori. 

Il potenziale impatto è notevole: se il tasso di approvazione fosse rimasto invariato, nell’ultimo anno quasi 380.000 immigrati avrebbero potuto ottenere la cittadinanza — e, di conseguenza, il diritto di voto. Allo stesso tempo, è difficile stabilire come queste persone avrebbero votato se avessero ottenuto la cittadinanza e, nel corso delle varie elezioni degli ultimi anni, il loro voto è spesso oscillato tra i Democratici e i Repubblicani. 

Nel 2020, questo gruppo di elettori ha votato per Joe Biden; nel 2024 ha tendenzialmente votato per Donald Trump, ma secondo i sondaggi le azioni dell’amministrazione – in particolare le deportazioni di immigrati senza documenti – hanno riavvicinato molti di loro alla sponda democratica. “Per uno straniero che arriva negli Usa e sogna di diventare cittadino americano, poter votare è uno dei grandi diritti. Un grandissimo traguardo d’appartenenza a questo Paese. Sono otto mesi che aspetto e vorrei semplicemente poter votare per il mio rappresentante in Maryland. Ma forse mi chiameranno a gennaio…”, rivela Katya all’Adnkronos. Preferisce non rivelare il cognome per timore che le sue parole possano pregiudicare la richiesta di naturalizzazione. “Molti dei miei clienti mi scrivono. Sono preoccupati per le loro richieste. Il ritardo è palese, si vede che c’è l’intenzione di ritardare le pratiche. Ma prima o poi, a meno di casi particolari, la convocazione per la cerimonia in cui si giura e si diventa cittadini statunitensi arriverà”, spiega Diego Ferreyra. 

 

Il caso di Antonio Cano, ingegnere originario della Costa Rica, è emblematico: dopo aver superato l’esame della cittadinanza a gennaio di quest’anno, si aspettava di essere convocato per la cerimonia di naturalizzazione, come è spesso prassi, dopo 6-8 settimane. Ha giurato a metà luglio. E questo dopo che l’Uscis ha impiegato 119 dei 120 giorni previsti per legge per dare una risposta definitiva alla sua richiesta di cittadinanza. Inoltre, l’approvazione è arrivata dopo che la legislatrice di Washington, D.C., Eleanor Holmes Norton, aveva aiutato Cano, inviando una richiesta scritta formale a nome del suo elettore. Una richiesta a cui Uscis ha risposto immediatamente, poiché il richiedente è un membro del Congresso. Cano è stato ignorato ben tre volte tra gennaio e maggio. 

Dal gesto di Holmes Norton all’approvazione finale del caso di Cano sono passati, di fatto, solo alcuni giorni. Anche per ricevere la data della cerimonia di naturalizzazione, Cano ha dovuto attendere: in genere, dopo poche settimane si riceve la data della convocazione, mentre il costaricano ha dovuto attendere più di un mese per conoscere il giorno esatto in cui sarebbe diventato cittadino americano. 

 

Il rallentamento nell’esame delle domande di cittadinanza rientra in un più ampio tentativo, da parte del presidente Donald Trump, di ridefinire la cittadinanza, da tempo considerata il coronamento sacrosanto del processo di immigrazione negli Stati Uniti. L’arretrato delle domande di naturalizzazione è passato da circa 500.000 pratiche all’inizio della seconda amministrazione di Trump a oltre 800.000 nel mese di agosto. Una coalizione di gruppi per i diritti civili ha accusato l’amministrazione di prendere di mira i cittadini naturalizzati, avvertendo che gli elettori aventi pieno titolo potrebbero vedersi negato il diritto di voto. Se nell’ultimo anno l’Uscis avesse gestito le domande di naturalizzazione ai ritmi del passato, un numero significativamente maggiore di nuovi cittadini statunitensi avrebbe potuto recarsi alle urne il giorno delle elezioni. 

La differenza potenziale di 380.000 elettori emerge dal confronto tra i circa 871.000 nuovi cittadini approvati in un periodo compreso tra la metà del 2024 e la metà del 2025 – un arco temporale che include fasi dell’amministrazione Biden e del secondo mandato di Trump – e il dato dell’ultimo anno, pari a circa 481.000 approvazioni. Un portavoce dell’Uscis, in risposta a una domanda dell’Adnkronos inviata via posta elettronica, ha difeso il rallentamento delle procedure. “La naturalizzazione è un privilegio, non un diritto”, ha risposto il portavoce. “L’Uscis sta rafforzando le procedure di controllo e verifica e ha introdotto riforme per garantire che la cittadinanza statunitense sia riservata a chi soddisfa i requisiti necessari”. 

In un recente post sui social media, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha presentato il calo delle approvazioni delle naturalizzazioni come parte dei propri tentativi di attuare la ‘remigrazione’. La National Partnership for New Americans, un’organizzazione a sostegno degli immigrati, ha osservato che, di conseguenza, un numero minore di immigrati ottiene il diritto di voto e gli altri diritti connessi alla cittadinanza. 

“L’amministrazione sta deliberatamente prolungando i tempi di attesa dell’intero processo di naturalizzazione — inclusi ritardi significativi tra l’esito positivo del colloquio e il giuramento di fedeltà — nel tentativo, a quanto pare, di negare i diritti civili e di voto a persone che ne avrebbero altrimenti i requisiti”, ha scritto l’organizzazione in ottobre. Secondo un rapporto del Pew Research Center del 27 ottobre, nel 2024 circa 25 milioni di elettori aventi diritto — pari a circa il 10% del totale — sono immigrati naturalizzati; una quota in costante crescita rispetto al 6,2% registrato nel 2000. Trump ha cercato di ridefinire la cittadinanza anche in altri modi. Il primo giorno del suo secondo mandato, Trump ha emanato un ordine esecutivo volto a limitare l’accesso alla cittadinanza per nascita, un’iniziativa successivamente respinta dalla Corte Suprema. L’amministrazione Trump ha inoltre intensificato gli sforzi per revocare la cittadinanza a persone che, a suo dire, l’avrebbero ottenuta in modo irregolare, intentando cause contro decine di persone. Lo scopo dichiarato dal governo è quello di togliere la cittadinanza a più di 250 statunitensi naturalizzati entro la fine del 2026. (Di Iacopo Luzi) 

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Abodi: “Con approvazione legge delega passo importante per politiche giovanili e servizio civile” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – È stato approvato definitivamente al Senato il disegno di legge recante disposizioni in materia di giovani e Servizio Civile Universale e deleghe al Governo per il riordino della materia, promosso dal Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi. “Con l’approvazione definitiva da parte del Parlamento del disegno di legge delega in materia di politiche giovanili e Servizio civile universale, compiamo un passo importante verso un quadro normativo organico, capace di assicurare continuità, coerenza e maggiore efficacia agli interventi rivolti alle nuove generazioni -ha sottolineato Abodi-. È il risultato di un lavoro intenso, durato quattro anni, costruito attraverso l’ascolto, il dialogo e la collaborazione istituzionale. Un percorso nel quale abbiamo coinvolto la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, gli enti locali e le rappresentanze del mondo giovanile, nella convinzione che politiche efficaci possano nascere soltanto da un confronto costante e dalla condivisione degli obiettivi dove l’interdisciplinarità, caratteristica di questo Governo, insieme alla trasversalità, sono il denominatore comune delle nostre azioni. I giovani sono il presente della nostra Nazione: le loro aspirazioni, le loro competenze e le loro energie devono trovare ascolto e risposte adeguate. Con questo provvedimento rafforziamo le basi per accompagnare le ragazze e i ragazzi nei percorsi di crescita, autonomia e partecipazione, riconoscendone il ruolo attivo nella comunità”.  

“Il Servizio civile universale, per il quale il Governo in questi quattro anni ha investito 1,7mld di euro con uno stanziamento del 124% in più dal 2020 e oltre 270mila posizioni per giovani operatori volontari in Italia e all’estero, la Carta Giovani Nazionale, che conta a oggi 4 milioni di titolari attivi, e l’Osservatorio permanente per le politiche per i giovani sono parte di questa visione: offrire occasioni di impegno e di crescita, rendere più accessibili le opportunità, migliorare il coordinamento tra le istituzioni e orientare le scelte sulla base di una conoscenza più approfondita delle condizioni e delle aspettative delle nuove generazioni -ha proseguito il ministro-. Grazie all’approvazione parlamentare si apre ora la fase dell’attuazione della delega. La nostra responsabilità è tradurne i criteri direttivi in disposizioni e interventi efficaci, con risultati misurabili, affinché ogni giovane possa esprimere il proprio talento e costruire il proprio progetto di vita, senza che le sue possibilità siano determinate dal luogo di nascita o dalla condizione di partenza. Ringrazio il Ministro per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa, Maria Elisabetta Alberti Casellati, il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, il Presidente della Camera, Lorenzo Fontana, il Presidente della 10ª Commissione del Senato, senatore Francesco Zaffini, il Presidente della XII Commissione della Camera, onorevole Ugo Cappellacci, le senatrici e i senatori della 10ª Commissione del Senato, le deputate e i deputati della XII Commissione della Camera, la relatrice al Senato, senatrice Elena Leonardi, e il relatore alla Camera, onorevole Luciano Ciocchetti”.  

“Ringrazio inoltre gli uffici delle Commissioni e gli uffici per i Rapporti con il Parlamento, insieme a tutti i parlamentari di maggioranza e opposizione che hanno contribuito al dibattito e all’approvazione del disegno di legge. Ai giovani dobbiamo adesso dare risposte all’altezza della fiducia che chiediamo loro di riporre nelle istituzioni”, ha concluso Abodi. 

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“Riviste pedopornografiche in un deposito affittato dal padre di Meghan”: la scoperta choc del Daily Mail – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Del materiale pedopornografico sarebbe stato trovato all’interno di un deposito,affittato da Thomas Markle, il padre della duchessa del Sussex, Meghan Markle. E’ quanto sostiene il ‘Daily Mail’ che ha rinvenuto questo deposito dopo essersi recato a Rosarito Beach, in Messico, per indagare sul passato di Thomas Markle in quella località. La testata britannica sostiene che Markle aveva preso in affitto quel deposito prima di abbandonarlo successivamente.  

Alcune ricevute, visionate dal ‘Daily Mail’, confermerebbero “che l’uomo aveva affittato lo spazio – di circa 1,5 per 3 metri – nel 2017, sei anni dopo il suo trasferimento a Rosarito, a circa 16 chilometri dal confine con gli Stati Uniti. Al nostro inviato è stato consentito l’accesso al deposito dopo che Markle – secondo quanto riferito al Daily Mail – ha smesso di pagare il canone di locazione negli ultimi due anni. Oltre al materiale illecito, che include riviste pubblicate in Asia contenenti materiale pedopornografico, sono stati rinvenuti ricordi di famiglia, fotografie e lettere”. 

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Dalla ‘parola magica’ di Isabel Allende alla ‘vita rubata’ di Chico Forti, le novità in libreria – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Ecco una selezione delle novità in libreria, tra romanzi, saggi, libri d’inchiesta e reportage, presentata questa settimana dall’AdnKronos. 

Lo scrittore britannico Robert Harris torna in libreria con il romanzo storico ‘Agrippa’, pubblicato da Mondadori. Pochi giorni dopo l’assassinio di Giulio Cesare in Senato, alle idi di marzo, lontano da Roma due giovani apprendono la notizia che cambierà la loro vita per sempre. Uno è il pronipote di Cesare, Ottavio: ha solo diciotto anni ma, nello stupore generale, il condottiero lo ha nominato suo erede. L’altro è Agrippa, il suo più caro amico. Si sono conosciuti a scuola, e da allora sono diventati inseparabili. Da qualche mese sono ad Apollonia, nella provincia d’Illiria, per completare la loro istruzione, ma è giunta l’ora di porre fine alle scorribande giovanili e di tornare nella capitale per rivendicare l’eredità di Ottavio. I due ragazzi sono diversissimi – forte e battagliero Agrippa, mingherlino e malaticcio Ottavio – ma complementari, come l’orso e la volpe, e insieme devono affrontare gli uomini più potenti di Roma.  

Contro ogni ragionevole previsione, hanno la meglio sui rivali. Ottavio diventa così Ottaviano Augusto, il primo imperatore e, per vent’anni, i due governeranno su buona parte del mondo conosciuto. Dopo una lunga carriera costellata di successi militari e politici, ormai cinquantenne, Agrippa si rifugia nella sua villa sul golfo di Napoli. Malato, solo e ferito dall’infedeltà della moglie, ripercorre quegli anni gloriosi e inizia a scrivere le sue memorie. Dai primi incontri con Giulio Cesare all’epico scontro con Marco Antonio e Cleopatra, dalla grande battaglia navale di Azio alle infinite guerre di espansione, Agrippa racconta come in fondo un solo uomo abbia dominato la sua intera esistenza: il suo vecchio amico Ottavio, che col tempo è divenuto sempre più astuto, spietato e per lui imperscrutabile. E non può fare a meno di chiedersi: cosa accade nell’animo degli uomini quando in gioco c’è il sommo potere? 

Robert Harris (1957), laureato alla Cambridge University, è stato giornalista alla BBC, e uno dei più noti commentatori dell’”Observer” e del “Sunday Times”. Nel 1992 è diventato famoso con ‘Fatherland’, cui hanno fatto seguito ‘Enigma’ (1996), ‘Archangel’ (1998), ‘Pompei’ (2003), la trilogia sull’antica Roma – ‘Imperium’ (2006), ‘Conspirata’ (2010) e ‘Dictator’ (2015) -, ‘Il Ghostwriter’ (2007), da cui è stato tratto un celebre film diretto da Roman Polanski, ‘L’indice della paura’ (2011), ‘L’ufficiale e la spia’ (2014), anch’esso adattato per il grande schermo sempre con la regia di Polanski, ‘Conclave’ (2016), da cui è stato tratto il film omonimo (2024) diretto da Edward Berger con Ralph Fiennes, Stanley Tucci, Sergio Castellitto e Isabella Rossellini, ‘Monaco’ (2018), ‘Il sonno del mattino’ (2019), ‘V2’ (2020) e ‘Oblio e perdono’ (2022). L’autore ha scritto anche numerosi saggi, fra cui una celebre inchiesta sui falsi diari del Führer, ‘I diari di Hitler’ (2002). Tutte le sue opere, tradotte in quaranta lingue, sono pubblicate da Mondadori. L’autore vive a Kintbury, in Inghilterra. 

Maurizio de Giovanni manda in libreria con Rizzoli ‘Il Bufalo e Sammarzano’, un libro in cui l’autore della serie dei Bastardi di Pizzofalcone dà nuova linfa al crime italiano, usando per la prima volta nella sua narrazione noir la chiave assoluta della comicità per raccontare i chiaroscuri di un quartiere, la Vicaria. E consegna ai lettori un commissario unico, lontano dai poliziotti “rotti” e dolenti: amante della pace, un po’ ingenuo e buono come il pane. Cosa può spingere un commissario della Questura di Milano, brillante e benvoluto, ad abbandonare la sua città all’apice della carriera? Claudio Bistrotti – fortunosamente scapolo, pelato come il noto pomodoro eppure fascinoso – quel posto alla Polizia Ferroviaria di Napoli lo accetta al volo. Perché alle calcagna ha non una, bensì due donne, entrambe decise a portarlo all’altare. 

Sammarzano, così lo chiamano i colleghi napoletani, impara in fretta che la stazione e i suoi abitanti costituiscono un mondo a parte, con leggi proprie e abitudini inscalfibili. Quando scompare Ciociò, un’anziana artista di strada che da decenni offriva ai viaggiatori le note sublimi del suo violino, il commissario si butta in quell’universo ostile. Un aiuto inatteso gli arriva da qualcuno che il quartiere lo conosce in profondità: il cuoco Antonio Lorusso, detto il Bufalo, come la sua omonima, minuscola trattoria da cui non si allontana quasi mai. Convinto comunista, lo chef è noto a tutti per i piatti indimenticabili serviti soltanto a chi, dopo fulminanti interrogatori, dimostra di appartenere al ceto popolare. Per risolvere il caso, l’improbabile coppia scava nel passato di Ciociò, tuffandosi così tra i segreti dell’intera stazione di Napoli. 

Per Isabel Allende scrivere non è mai stato solo un mestiere: è un modo per ascoltare le voci della memoria, affrontare il dolore, dare ordine al disordine dell’esistenza. A metà tra un’autobiografia e una masterclass ‘La parola magica’ (in libreria con Feltrinelli) è una conversazione intima, diretta, appassionata con una delle scrittrici più amate al mondo. Per la prima volta, Isabel Allende fa entrare i lettori nel suo laboratorio creativo e condivide i successi, gli errori, le sfide e i rituali del suo lavoro, come anche le difficoltà e le gioie vissute nel corso degli anni. Ne nasce un testo ricchissimo e luminoso, in cui racconto personale e riflessioni sull’arte del narrare si fondono. Un libro pieno di vita, per chiunque senta la letteratura come un luogo di libertà, conoscenza e trasformazione.  

“La scrittura mi ha definito: è la cornice che inquadra le mie esperienze, è la lente con la quale osservo la mia presenza nel mondo. Scrivere – racconta la Allende – è come meditare. Nella solitudine ricordo, ascolto voci, ho delle visioni. A volte mi fanno visita degli spiriti, o saranno le muse? Per me la scrittura non è una possibilità, è una dipendenza”. 

Arriva in libreria il 10 novembre ‘Il pacco’, il nuovo thriller del giallista tedesco Sebastian Fitzek. Da quando la giovane psichiatra Emma Stein è stata violentata nella stanza di un hotel di lusso, la sua vita si è trasformata in un incubo. Ora passa lunghe giornate in compagnia del suo husky ad aspettare che il marito, Philipp, torni dal lavoro e a rimuginare sull’episodio che le ha stravolto l’esistenza. È convinta di essere stata la quarta vittima di un serial killer psicopatico che terrorizza la città, soprannominato dalla stampa “il Parrucchiere” perché rasa la testa delle vittime prima di ucciderle. Eppure nella sua versione qualcosa non quadra: le altre donne erano escort, lei è l’unica a esserne uscita viva e la camera 1904, in cui è certa di aver soggiornato, non figura tra le stanze dell’hotel. Perfino Philipp, l’unica persona in grado di farla sentire al sicuro, pare nutrire dubbi sul suo conto. Circondata dal sospetto e dallo scetticismo, Emma non riesce a scacciare la paura che il Parrucchiere possa tornare a tormentarla per portare a termine il suo orribile piano: in preda alla paranoia, crede di riconoscere il suo aguzzino in ogni uomo, anche se non ha mai visto il volto del colpevole. L’unico luogo in cui si sente protetta è la sua casa ai margini del Grunewald di Berlino. Finché un giorno il postino le chiede di ritirare un pacco per il suo vicino di casa, un uomo di cui non conosce il nome e che non ha mai visto, nonostante viva nella sua stessa via Si tratta dell’ennesima allucinazione o la realtà può essere più contorta di qualsiasi delirio? 

Sebastian Fitzek, uno degli autori di thriller più brillanti e imprevedibili, torna a sorprendere: con ‘Il pacco’, un romanzo ricco di colpi di scena, inversioni di rotta e svolte improvvise, invita il lettore a perdersi nel labirinto della mente umana e ad abbandonare una volta per tutte ogni certezza. Nato a Berlino nel 1971, Fitzek ha studiato Giurisprudenza ma non ha mai esercitato la professione, preferendo seguire una strada più creativa. Il suo esordio letterario risale al 2006, anno di pubblicazione in Germania di La terapia: il romanzo è stato accolto con grandissimo entusiasmo dai lettori, tanto da contendere al Codice da Vinci il primo posto nelle classifiche di vendita. In seguito ha pubblicato altri ventinove romanzi, che lo hanno confermato come esponente di punta del thriller psicologico: i suoi libri hanno venduto un totale di venti milioni di copie e sono stati tradotti in trentasei paesi. Oltre a Il pacco, Fazi Editore ha pubblicato ‘Portami a casa’, dal quale è stata tratta una versione cinematografica per Amazon International, ‘Mimica’ e ‘L’internato’. 

E’ in libreria con Gallucci ‘Due angeli del fango’ di Caterina Guagni. Quattro novembre 1966: dopo giorni di pioggia violenta, l’Arno straripa. Firenze si ritrova impotente di fronte alla devastazione, e sotto al fango che ha riempito strade ed edifici rischia di perdere la sua anima. Sono i giovani a salvarla, chiamati per questo “angeli del fango”. Tra di loro ci sono Anna e Salvo, che proprio nell’emergenza scoprono insieme un senso e un destino diverso da quello che avevano sempre immaginato per le loro vite. 

E’ in libreria con Einaudi l’ultimo libro di Domenico Starnone. Chi è abituato a mentire sa che il trucco per essere creduti è credere per primi alle proprie invenzioni. Non solo: occorre convincersi che la vita finta, se raccontata bene, può degnamente sostituire quella vera. Come il gatto di maiolica che rimpiazza un gatto reale in un racconto di Hemingway, immagine di cui Aldo – il protagonista di una delle tredici storie di questo libro – si serve da sempre per giustificare la sua indole bugiarda. Peccato che in quella metafora serbata con tanta cura ci sia una crepa destinata a ribaltarne il senso, mostrando quanto sono fragili le nostre certezze, e quanto la nostra vita somigli a un grottesco ininterrotto malinteso. Sono questi malintesi – o veri e propri autoinganni, nutriti dall’amore per le storie lette, tradotte, viste su uno schermo, inventate per gusto o per lavoro – il fuoco attorno a cui Starnone costruisce i racconti crudeli e struggenti di ‘Belle lettere’.  

Le idee, i desideri, i sentimenti, i ricordi e le parole che abbiamo amato affiorano a tradimento in una frase che ci sembra nostra, è nostra, una sintesi di ciò che veramente siamo, e saremmo pronti a scommetterci. Ma ogni scommessa che facciamo su noi stessi sembra persa in partenza. In Attesa un giovane studente irreprensibile ama credersi viaggiatore senza meta e pieno di brutti segreti. In Cioccolato un insegnante sente nel petto una ressa di minuscoli sé sconcertati, e però in classe li dimentica, e la vita, per qualche ora, si compatta, scorre felice. In Dedica uno scrittore si ritrova faccia a faccia con una lettrice che sembra uscita dalla sua penna, o forse è lui che è troppo simile ai suoi personaggi. In Ulrica un vecchio sceneggiatore quasi cieco agisce come se avesse ritrovato, tutti in una volta, la vista, l’ispirazione, il desiderio. Cosí sono spesso le donne, in questi racconti, a far saltare il gioco: sottraendosi al ruolo di personaggi da muovere perché la trama proceda, scompaginando le storie troppo facilmente archiviate nella memoria, rifiutandosi di nascondere il ribrezzo, la bruttezza, il ridicolo, negandosi o ricomparendo all’improvviso come un rimorso. Domenico Starnone continua a ritrarre magistralmente la nostra imperfezione e gli sforzi – titanici, buffi – che facciamo per nasconderla, soprattutto a noi stessi. 

E’ sugli scaffali con Sellerio ‘Sotto il cielo infernale’ della scrittrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett. Petra Delicado, ispettrice della Policía Nacional a Barcellona, attraversa un periodo nero. Tratta tutti male, e per primo Fermín Garzón, il suo fedele vice di tante inchieste. Ha subito un lutto dolorosissimo e la dura Petra, incapace di arrendersi al dolore, reagisce a modo suo: con la rabbia, l’ira e una fuga ostinata nel lavoro. Quando le viene affidata l’indagine su un oscuro assassinio, tutti i colleghi sperano che possa distrarsi. Non sarà così. L’omicidio di padre Lorenzo, un sacerdote gesuita accoltellato davanti all’oratorio dove prestava la sua opera, sarà ricordato come un caso rabbioso. Lorenzo Santos Romero, cinquantenne, era un prete di cui tutti dicevano un gran bene: solitario, malinconico, devoto alla missione di occuparsi dei ragazzi sbandati di un quartiere difficile. Ma è questa soltanto la nebbia dell’apparenza. Attraverso interrogatori serrati, incontri bruschi e indagini nel passato Petra scopre che padre Lorenzo era un alcolizzato, un uomo isolato e corroso da un tormento che nessuno sembra conoscere. Ma da dove nasceva quel tormento? E quale può essere il movente dell’omicidio? La violenta reazione di un teppista, un traffico nel quale il sacerdote si è trovato coinvolto, una vendetta, oppure un segreto sepolto? 

Sono le piste che Petra percorre senza riguardo per le ipocrisie e le influenze di un potente ordine ecclesiastico, con l’impertinenza di una laica ribelle alle impalcature della religione ufficiale. I gialli di Alicia Giménez-Bartlett sono inchieste poliziesche di duro realismo, che si svolgono per strada, con una precisa e coinvolgente conoscenza degli ambienti sociali e dei quartieri cittadini. Petra e Fermín li percorrono instancabilmente, scambiandosi battute, commenti e opinioni: nel loro dialogo il lettore segue l’enigma del delitto e, insieme, la realtà viva e contraddittoria in cui l’indagine si muove. 

Puoi togliere a un uomo la libertà, gli affetti, il sole e l’orizzonte. Puoi strappargli i venti dell’oceano e rinchiuderlo per ventisette lunghissimi anni dietro le sbarre. Ma c’è una cosa che nessuna cella può imprigionare: la sua anima. Prima che il buio delle carceri americane inghiottisse la sua vita, Chico Forti viveva a mille all’ora: campione di windsurf, pioniere degli sport estremi, fotografo, produttore TV e imprenditore tra Italia e Miami. Poi l’arresto in Florida, un’accusa insensata che lo ha condannato all’ergastolo, proprio negli anni in cui indagava sulla morte di Gianni Versace. Comincia così ‘Senza catene. Diario di una vita rubata’ (Piemme), il libro in cui Chico Forti racconta la sua sfida più estrema: sopravvivere senza permettere all’odio di vincere, trasformando ogni giorno di prigionia in un atto di resistenza e di libertà interiore. Senza catene è il grido silenzioso di un uomo che, quando tutto sembra perduto, sceglie di non arrendersi. È la storia di ventisette anni strappati alla vita, attraversati senza lasciare che il buio spegnesse la luce dentro di lui. A tenerla accesa, l’amore per i figli, la forza dei ricordi, il richiamo della natura, il legame con l’Italia e una speranza mai morta: tornare, un giorno, a respirare da uomo libero. Non è soltanto il diario di una vita rubata.  

È un viaggio nell’abisso e ritorno, una testimonianza di coraggio, resistenza e speranza. Un inno alla libertà interiore e alla forza indomabile dell’anima. Perché puoi chiudere un uomo dietro mille sbarre, spegnere l’orizzonte davanti ai suoi occhi e portargli via gli anni. Ma non puoi imprigionare chi, dentro di sé, non ha mai smesso di essere libero. 

E’ in uscita il 3 novembre con La Nave di Teseo ‘Tremare’ di Paolo Di Paolo. Quando ti senti al centro del mondo. Quando soffri perché il mondo ti ignora. Quando vedi un sogno a portata di mano. Quando la paura di fallire si impossessa di te. Quando la felicità di esprimersi somiglia a un miracolo. Quando pensi di dover essere più razionale. Quando vorresti esserlo meno, fino a perdere il controllo. C’è, nell’interiorità di chiunque, una disputa tra ragione e sentimento. E c’è stato un tempo in cui questo conflitto bruciava così forte nell’aria, nelle teste e nei cuori, da segnare il destino di tutti. È l’ultima estate del Settecento, in una piccola città sulle rive di un fiume, dove tutti scrivono, parlano di filosofia, fumano, bevono. Fuori da un teatro, un acceso confronto di opinioni fra due giovani fa nascere un’amicizia imprevista. Intensa come può esserlo a vent’anni. Zimmer e de Marville condividono entusiasmi e paure, immersi in un mondo che sembra lontano, ma è molto simile al nostro, un passaggio d’epoca che cancella le certezze. All’improvviso Zimmer fa perdere le sue tracce. De Marville lo cerca, convinto di essere il responsabile di quella sparizione. 

Due secoli dopo, nel nostro presente, il narratore racconta quell’estate folgorante a una lettrice speciale. Le consegna questa storia come una favola adulta sulla giovinezza, sul desiderio, sul fallimento. Tra le pagine, si svela e lascia affiorare un autoritratto involontario: un romantico mascherato da illuminista, un essere umano ossessionato dal bisogno di scrivere. Soprattutto, un padre che solo così riesce a raccontarsi a sua figlia. Paolo Di Paolo, finalista al premio Strega 2024 con ‘Romanzo senza umani’, è autore tra l’altro di ‘Dove eravate tutti’ (2011, premio Mondello e superpremio Vittorini), ‘Mandami tanta vita’ (2013, finalista premio Strega), ‘Una storia quasi solo d’amore’ (2016), ‘Lontano dagli occhi’ (2019, premio Viareggio Rèpaci), tradotti in diverse lingue europee. Per La nave di Teseo ha pubblicato il dialogo con Claudio Magris ‘Inventarsi una vita’ (2022) e ha introdotto le riedizioni di alcuni romanzi di Giovanni Comisso. ‘Raccontami la notte in cui sono nato’ è il suo romanzo d’esordio, pubblicato per la prima volta nel 2008. 

 

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Pogacar e la paura dopo la caduta alla Vuelta: “Ho tre vertebre rotte, sono felice di essere vivo” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – La caduta alla Vuelta a España del 29 agosto è stata molto più grave di quanto apparso inizialmente. Tadej Pogacar, che in quel momento indossava la maglia rossa di leader della classifica generale, ha riportato una commozione cerebrale, la frattura della clavicola e tre vertebre rotte: C7, T1 e T2. Un bilancio che ha fatto capire allo sloveno quanto fosse stato fortunato a uscire vivo dall’incidente. 

A raccontare quei momenti è stato lo stesso campione, intervistato da The Athletic. “Quando ho visto che avevo tre vertebre rotte, sono stato semplicemente felice di essere vivo, o anche solo di essere ancora in piedi -ha confessato-. Per le prime due settimane mentalmente non stavo bene. Ero davvero giù, non ero una persona piacevole con cui stare. Non credo che Urska (Zigart, la compagna, ndr) fosse felice di avermi in casa, perché ero semplicemente depresso. Non provavo niente”. Anche le attività quotidiane erano diventate complicate: “Dovevo farmi fare la doccia con l’aiuto del medico della squadra. Non riuscivo a stare in piedi senza avere le vertigini. Ero completamente fuori fase ed è stato durissimo”. 

La ripresa dell’attività fisica ha rappresentato una svolta, aiutando Pogacar a ritrovare gradualmente anche il proprio equilibrio mentale. Il sogno di partecipare agli Europei in Slovenia, il 4 ottobre, è però sfumato dopo i controlli medici, che avevano evidenziato una guarigione ancora insufficiente delle fratture. Oggi lo sloveno è tornato ad allenarsi tra bicicletta, corsa e nuoto, ma quanto accaduto ha lasciato il segno. “Se adesso dovessi cadere di nuovo in bicicletta, potrebbe essere molto problematico. Tutti dicono che sono stato fortunato. Più parli con le persone, più scopri quanto sia grave questo tipo di infortunio. Fai una ricerca su Google e vedi che è una cosa seria, che non c’è da scherzarci. A dire la verità, fa un po’ paura pensarci”. 

L’incidente ha rafforzato anche le sue convinzioni sulla sicurezza nelle corse. Pogacar chiede maggiore attenzione nella preparazione dei percorsi, soprattutto negli ultimi 500 metri, evitando asfalto dissestato, buche, dossi e rotatorie. E all’Uci lancia un messaggio chiaro: “Ci sono molte cose da fare. Ma sicuramente non misurare i calzini e la larghezza del manubrio. Sono tutti questi piccoli dettagli che, messi insieme, rappresentano un grande lavoro. Penso sia necessario dedicare più attenzione a questi aspetti”. 

Adesso la priorità è completare il recupero senza correre rischi. “Non ho più alcun fastidio. Devo stare attento a non cadere di nuovo in bicicletta e a non fare sollevamenti pesanti con il braccio sinistro o con il collo. Ma ormai posso fare praticamente tutto normalmente”.  

 

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sport

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Fiere, Italian exhibition group nasceva il 1° novembre 2016 – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Dieci anni di crescita inarrestabile a vantaggio dei territori, degli azionisti e degli stakeholders. Fu davvero un’intuizione geniale quella che originò la prima integrazione fieristica mai avvenuta in Italia. Il prossimo 1° novembre Italian exhibition group festeggerà un significativo compleanno: dalla fusione tra la Fiera di Rimini e la Fiera di Vicenza, il 1° novembre 2016, nasceva Ieg-Italian exhibition group. Un’operazione convintamente voluta dal presidente della Fiera di Rimini, Lorenzo Cagnoni e che vide lo stesso Cagnoni diventare presidente della neocostituita Ieg. Vicepresidente venne nominato Matteo Marzotto che all’epoca presiedeva la fiera berica. Il 28 ottobre 2016, durante la conferenza di annuncio della fusione, anche alla presenza dell’allora sindaco di Rimini, Andrea Gnassi, ora deputato della Repubblica Italiana, e di quello di Vicenza, Achille Variati (poi europarlamentare) venne tagliata una ‘torta gioiello’ del maestro pasticciere Roberto Rinaldini, con l’intento di celebrare ideal¬mente i due prodotti leader di Rimini e di Vicenza: Sigep e Vicenzaoro. 

  

Un merger tra società fieristiche che ancora oggi non ha avuto eguali nel nostro Paese e che negli anni a venire avrebbe posizionato stabilmente Ieg tra i primi 20 organizzatori fieristici al mondo. Alcuni numeri esplicano concretamente l’eccezionale sviluppo messo a segno in questi dieci anni. Ieg dopo l’integrazione fra le due società partì con 270 collaboratori quasi totalmente operativi in Italia e da un fatturato di 119 milioni di euro; il bilancio 2025 ha approvato un valore di produzione di 266,4 milioni e i collaboratori sono saliti a più di 800 in tutto il mondo. Tre anni dopo il merger, la mattina del 19 giugno 2019, ci fu la storica quotazione all’allora mercato MTA (Mercato Telematico Azionario) di Borsa Italiana; il prezzo di collocamento fu di 3,69 euro, ora il titolo ha quadruplicato il suo valore. 

  

Per il presidente di IEG, Maurizio Ermeti, “Questi dieci anni ci consegnano un grande player fieristico internazionale che da soli non avremmo potuto essere; un organizzatore di eventi che compete con i top player globali; una nuova, solida casa per l’oro e il gioiello, a Vicenza, che garantirà il futuro di quella community. E a Rimini, il progetto di una straordinaria opera di ampliamento che catalizzerà importanti fiere da tutto il mondo”. 

 

“Nel panorama fieristico europeo – dice l’amministratore delegato di Ieg, Corrado Peraboni – rappresentiamo un caso unico. Non una semplice integrazione, ma un progetto indu¬striale capace di trasformare la distanza in valore. In dieci anni, Ieg ha dimostrato che un modello multi-sede può crescere, innovare e competere a livello globale senza perdere radicamento territoriale”. 

Carlo Costa, oggi chief corporate officer di Ieg, che seguì in prima persona l’operazione della fusione conclude: “Il ‘progetto Ieg’ con il coinvolgimento degli azionisti, e il successivo processo di integrazione ci hanno condotti ad una crescita e maturità professionale che ci hanno resi capaci di affrontare progetti decisivi come la quotazione e il processo di espansione internazionale di questi anni. Grazie IEG!” 

  

Attualmente Italian Exhibition Group è impegnata con gli obiettivi del Piano Industriale 2025-2030, che a fine piano prevede il traguardo di ricavi consolidati compresi tra 360 e 365 milioni di euro. Nel prossimo mese di dicembre, per celebrare il decennale, Ieg pubblicherà un libro strenna che narrerà l’evoluzione globale della Società tra il 2016 e il 2026. Il libro avrà anche una versione e-book scaricabile gratuitamente da tutte le piattaforme on line. 

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economia

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Papa Leone ha votato per posta alle elezioni di midterm. La Cnn: “Il Pontefice fa la storia” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) –
Papa Leone XIV ha votato per posta alle elezioni di midterm negli Stati Uniti. Come sottolinea la Cnn, diventa il primo Pontefice a votare in una consultazione elettorale statunitense e, verosimilmente, il primo in assoluto a votare in un’elezione democratica laica. 

Il paese andrà alle urne il 3 novembre per le elezioni di metà mandato che potrebbero ridisegnare Camera e Senato nel ‘secondo tempo’ della presidenza di Donald Trump. Il Pontefice “ha esercitato il proprio diritto di voto come cittadino degli Stati Uniti, ogni volta che ne ha avuto la possibilità”, rende noto la Sala Stampa della Santa Sede confermando che, “in linea con questa consolidata prassi di partecipazione civica, il Papa ha inviato la propria scheda elettorale per posta a Chicago”. Il Papa, che è ancora un elettore registrato nello Stato dell’Illinois, come cittadino Usa residente all’estero ha chiesto di poter votare per corrispondenza. “Il Santo Padre ha inoltre confermato che, durante gli anni in cui ha risieduto in Perù, ha esercitato il proprio diritto di voto ogni volta che ne ha avuto la possibilità.Il Santo Padre esprime la propria convinzione riguardo al diritto e al dovere dei cittadini di partecipare ai processi democratici”, spiega il Vaticano. 

La Cnn riporta le parole di Michael Walsh, storico e autore britannico che ha scritto diversi libri sul papato: “Non credo che i papi abbiano mai votato in un’elezione democratica prima d’ora”, dice lo studioso evidenziando il ‘peso’ della scheda inviata da Leone XIV. Nei mesi scorsi, il Papa è finito nel mirino di Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha criticato il Pontefice per la posizione giudicata troppo soft in relazione alla guerra avviata da Washington contro l’Iran. Di recente il presidente ha smussato i toni, ricordando che il fratello del Papa, Louis Prevost, sia schierato su posizioni filo-Maga. 

Dai registri elettorali emerge che il Papa è iscritto nelle liste elettorali a New Lenox, un sobborgo di Chicago dove vive suo fratello John. Leone XIV, nato a Chicago, negli ultimi anni ha partecipato sia alle primarie repubblicane che a quelle democratiche, esprimendosi anche in occasione delle elezioni presidenziali del 2024. 

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internazionale/esteri

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Sperlari celebra 190 anni, storia di impresa italiana che continua a guardare al futuro – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – Ci sono storie d’impresa che, nel corso del tempo, diventano parte della storia di un Paese, entrando nelle case, nelle abitudini e nei ricordi di intere generazioni.  

Quella del Gruppo Sperlari è una di queste. Nata nel 1836 dalla bottega aperta da Enea Sperlari nel cuore di Cremona, l’azienda celebra 190 anni di attività, un traguardo che racconta quasi due secoli di tradizione dolciaria italiana e, soprattutto, la capacità di trasformare un patrimonio di ricette, conoscenze e competenze in una realtà industriale che continua a evolversi. Un percorso che ha attraversato epoche, trasformazioni del mercato e cambiamenti nelle abitudini di consumo, mantenendo un legame profondo con le proprie origini e la volontà di interpretare il presente. Oggi il Gruppo è una realtà di riferimento nel panorama dolciario italiano, con un fatturato di circa 150 milioni di euro, un portafoglio di business equilibrato tra prodotti continuativi e stagionali, che contribuiscono ciascuno per il 50% ai ricavi, e una struttura industriale composta da cinque stabilimenti produttivi in Italia, nei quali viene realizzato il 100% dei prodotti dell’azienda, per un totale di circa 20.000 tonnellate all’anno. A questi numeri si affiancano oltre 400 dipendenti fissi, che arrivano fino a 750 durante la stagione, e una strategia orientata alla crescita profittevole, sostenuta da investimenti nei marchi, nell’innovazione e nelle competenze industriali. 

La solidità del Gruppo Sperlari si riflette anche in un portafoglio che riunisce alcuni dei marchi più riconoscibili della tradizione alimentare italiana: Sperlari, Saila, Galatine, Dietor, Dietorelle e Paluani. Brand con storie e identità differenti, che presidiano categorie complementari e accompagnano gli italiani tanto nelle occasioni quotidiane quanto nei momenti di festa. Nel mercato delle caramelle il Gruppo si posiziona come terzo player in Italia, con una quota a valore del 9,7%, mentre nel comparto dei dolcificanti detiene una posizione di leadership, con una quota di mercato a valore superiore al 18%. Una posizione particolarmente significativa è quella di Sperlari nel mercato del torrone, dove il marchio registra una quota a valore del 38,2% nella distribuzione moderna, secondo i dati sell-out circana aggiornati all’11 gennaio 2026. Dalla tradizione del torrone e della mostarda cremonese alle caramelle, dai dolcificanti ai grandi lievitati delle ricorrenze, l’evoluzione dell’offerta testimonia la capacità dell’azienda di ampliare il proprio raggio d’azione valorizzando il patrimonio dei singoli marchi. In questo percorso si inserisce anche Paluani, storica realtà veronese fondata nel 1921, il cui sviluppo rappresenta una delle priorità del Gruppo nel segmento dei prodotti da ricorrenza. 

In un mercato in cui convivono una forte fedeltà ai sapori della tradizione e una crescente attenzione verso nuove esperienze di gusto, formati e occasioni di consumo, il Gruppo Sperlari continua a lavorare sull’innovazione per rendere il proprio portafoglio rilevante anche per le nuove generazioni. Il rinnovamento dell’identità del marchio Sperlari, avviato nel 2025 attraverso il nuovo logo, l’evoluzione del packaging e una nuova piattaforma di comunicazione, si affianca allo sviluppo di prodotti capaci di reinterpretare categorie consolidate, mantenendo riconoscibili qualità e caratteristiche distintive. Un approccio che interessa l’intero portafoglio e che trova espressione anche nelle novità del 2026, tra cui Sperlari Stick, che propone una modalità di consumo più pratica e contemporanea del torrone, Zanzibar Double Sensation, dedicato a nuove esperienze di gusto, e l’ampliamento dell’offerta Paluani per le ricorrenze. “Quando penso ai 190 anni del Gruppo Sperlari, penso prima di tutto alla fiducia che tante generazioni ci hanno accordato e alla responsabilità di meritarla anche domani. Abbiamo la fortuna di custodire marchi che fanno parte della vita delle persone, ma sappiamo che questo legame non può essere dato per scontato: va coltivato ogni giorno, ascoltando chi ci sceglie e avendo il coraggio di cambiare quando serve. Nei prossimi anni vogliamo continuare a investire nelle persone, nelle competenze e nelle idee che ci permetteranno di affrontare nuove sfide, mantenendo quella passione per il nostro lavoro che ci accompagna fin dalle origini. Mi piacerebbe che, tra molti anni, le nuove generazioni potessero riconoscere in Sperlari lo stesso valore che ha rappresentato per chi le ha precedute, trovandovi qualcosa di nuovo e, allo stesso tempo, profondamente familiare”, dichiara Riccardo Viani, Ceo di Sperlari.  

 

Nel corso della sua storia il Gruppo Sperlari ha attraversato importanti trasformazioni societarie, conservando il patrimonio industriale e culturale che ne definisce l’identità. Dal 2017 parte del gruppo tedesco Katjes International, l’azienda ha mantenuto management italiano e produzione interamente in Italia, attraverso una struttura produttiva che custodisce competenze e tradizioni sviluppate nei diversi territori. Un modello che riflette la volontà di valorizzare nel lungo periodo marchi storici e know-how industriale, preservandone le specificità anche all’interno di una realtà societaria internazionale. È un patrimonio che si esprime attraverso le storie dei marchi e dei luoghi in cui sono nati: Cremona per Sperlari, Verona per Paluani, l’Abruzzo per Saila e Lodi per Galatine. Una pluralità di tradizioni che oggi convive in un unico Gruppo, nel quale quattro marchi hanno ottenuto il riconoscimento di Marchio Storico di Interesse Nazionale. Un’eredità che trova continuità nel lavoro delle persone e nella capacità di tramandare competenze produttive, mantenendo un rapporto diretto con i territori. Lo stabilimento di Cremona conserva un ruolo centrale in questo racconto, quale luogo simbolo delle origini dell’azienda e di un sapere dolciario che continua a confrontarsi con le esigenze dell’industria contemporanea. Accanto alla valorizzazione delle lavorazioni storiche, il Gruppo Sperlari punta sull’efficienza dei processi, sulla ricerca e sviluppo e sull’evoluzione dell’offerta, destinando risorse alle iniziative con maggiore potenziale di crescita. Le priorità per i prossimi anni comprendono il rafforzamento del posizionamento dei marchi, l’innovazione di prodotto e lo sviluppo sui mercati internazionali, che rappresentano oggi circa il 20% del fatturato complessivo.  

Un percorso orientato alla crescita profittevole, con particolare attenzione alla redditività e alla capacità di generare valore nel lungo periodo. Per il 2026, il Gruppo prevede inoltre una crescita dell’Ebitda a doppia cifra, a conferma dell’attenzione all’efficienza industriale e alla solidità dei risultati economici. Una visione che considera la storia dell’azienda non come un patrimonio da conservare immutato, ma come una risorsa sulla quale costruire nuove prospettive di sviluppo. Per celebrare questo anniversario, il Gruppo Sperlari ha scelto di trasformare la propria storia in un racconto per immagini che rende omaggio alle persone, ai luoghi e alle tradizioni che l’hanno accompagnata nel tempo. Un progetto artistico che nasce dal profondo legame con Cremona e dalla volontà di condividere con la città un patrimonio costruito attraverso quasi due secoli di attività. Al centro dell’iniziativa si trova una cronistoria illustrata a china, realizzata da Guido Damini, storico e divulgatore cremonese, che ripercorre sei momenti significativi dell’evoluzione di Sperlari, dalle origini nel 1836 fino ai giorni nostri. L’opera si sviluppa come un’unica tavola continua, caratterizzata da illustrazioni in bianco e nero e grandi scene corali, attraverso le quali vicende aziendali, trasformazioni industriali e storie personali diventano parte di una narrazione collettiva. “La sfida più interessante è stata riuscire a condensare un racconto così ricco in poche immagini, scegliendo dettagli ed episodi capaci di parlare anche a chi non conosce questa storia. Ho cercato di costruire un percorso che invitasse a soffermarsi, a osservare e a scoprire qualcosa di inatteso. Mi piace pensare che ciascuno possa trovare nell’illustrazione un particolare che lo incuriosisca, un ricordo da riscoprire o semplicemente un motivo per guardare questa storia con occhi nuovi”, racconta Guido Damini. 

In occasione della Festa del Torrone di Cremona, la cronistoria sarà esposta al pubblico sotto la Loggia dei Militi, portando il racconto dei 190 anni nel cuore della città. La scelta di condividere l’opera proprio nel luogo in cui tutto ha avuto inizio rafforza il significato di una celebrazione che va oltre il traguardo aziendale, diventando un omaggio al territorio, alle sue tradizioni e alle generazioni che hanno contribuito a costruire l’identità di Sperlari. Il progetto comprende inoltre un libro celebrativo, che raccoglie eventi, aneddoti, immagini e testimonianze, e un percorso dedicato alle voci dei dipendenti, protagonisti di ieri e di oggi di una storia fatta di esperienze, competenze e ricordi condivisi. Elementi diversi di un unico racconto che riconosce nelle persone il filo conduttore capace di unire le origini al suo presente. Perché in 190 anni di storia non ci sono soltanto prodotti, marchi e traguardi industriali, ma migliaia di storie personali che hanno contribuito a rendere il Gruppo Sperlari ciò che è oggi. Un patrimonio da custodire e tramandare, ma soprattutto da continuare ad arricchire, affinché le generazioni future possano riconoscersi in questa storia e contribuire a scriverne i prossimi capitoli. 

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Viani (Sperlari): “190 anni di storia valore distintivo” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – “Sperlari compie 190 anni, che per noi sono un valore importante, un valore distintivo. Non tutti hanno 190 anni di storia. Sperlari nasce nel 1836 qui vicino, in via Solferino, dove c’è ancora la bottega storica.  

Tutto è nato lì e abbiamo fatto questo percorso attraversando diverse ere storiche e diversi cambiamenti”. Così Riccardo Viani, Ceo del Gruppo Sperlari, in occasione dell’incontro con la stampa organizzato a Cremona per celebrare il 190° anniversario di attività. 

  

“L’innovazione è la parola chiave: innovare nel rispetto della tradizione, per conquistare sempre di più le preferenze dei consumatori che cambiano come cambia la nostra società – prosegue Viani -. Abbiamo la fortuna di avere marchi storici, forti, distintivi, parte della nostra identità. Vogliamo costruire e investire su questi marchi nel rispetto del passato, ma portandoli verso le nuove esigenze di consumo e i nuovi stili di vita”. 

  

“In questi 190 anni sono cambiate tantissime cose, ma il torrone c’è ancora, la mostarda c’è ancora. Sono state lanciate le caramelle, sono stati fatti lavori sul torrone e abbiamo acquisito marchi sempre in linea con la nostra identità e con la nostra origine. È una storia fatta di persone che hanno attraversato i tempi e i periodi con un forte rispetto del passato, vivendo il presente ma anche con una visione futura”. “Oggi abbiamo cinque stabilimenti in Italia, ma Cremona è ancora un cuore pulsante. Per il futuro il nostro primo obiettivo è scrivere altri 190 anni di storia. Siamo molto attenti ai cambiamenti che avvengono e l’obiettivo è essere al passo con questi cambiamenti”, conclude Viani. 

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Damini: “La storia di Sperlari anticipa quella dell’Italia” – di Redazione Ciaoup

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(Adnkronos) – “La storia di Sperlari anticipa quella dell’Italia: l’azienda è molto più vecchia sia della nazione sia della Repubblica. È la storia del Paese che si inserisce in Sperlari”.  

Lo ha detto Guido Damini, storico, divulgatore e artista cremonese che ha realizzato una cronistoria illustrata a china dedicata ai 190 anni di attività di Sperlari. L’opera è stata svelata all’interno del Teatro Ponchielli di Cremona. 

  

“È stata sicuramente un’esperienza ardua, dura, perché l’arte è fatica, soprattutto l’illustrazione. Bisogna illustrare tutto in maniera filologica, quindi non dare troppo spazio alla fantasia ma attenersi a quelle che furono le fotografie e le illustrazioni del tempo, in modo da restituire quasi un documento storico”, prosegue Damini. “La parte creativa e divertente è stata assemblare queste cose, incastrarle all’interno di questo fiume carsico che è la storia e aggiustare il tutto come se fosse un puzzle”. 

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